L’Italia resta ferma. Ferma mentre il resto d’Europa prova – almeno sulla carta – a rafforzare gli anticorpi della democrazia. Ferma mentre Bruxelles introduce nuove regole per garantire l’indipendenza dei media. Ferma mentre il servizio pubblico continua a essere terreno di conquista della politica.
L’ennesimo verdetto negativo (ma in totale linea con i precedenti) arriva dal Media Pluralism Monitor 2026, il rapporto realizzato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto universitario europeo di Fiesole, che fotografa lo stato della libertà d’informazione nei Paesi Ue. E per l’Italia il giudizio non solo non cambia – il pluralismo dei media rimane a “rischio medio-alto“, senza miglioramenti rispetto all’anno precedente – ma anzi, su alcuni fronti la situazione appare persino peggiorata.
Giudicata a “rischio alto” l’indipendenza del servizio pubblico
La fotografia è impietosa. Il rapporto evidenzia come il nostro Paese continui a presentare criticità strutturali sul pluralismo dell’informazione, con particolare preoccupazione per l’indipendenza del servizio pubblico, considerata a “rischio alto“. Una valutazione che pesa come un macigno, anche perché il Monitor rappresenta uno dei principali strumenti utilizzati dalla Commissione europea nella redazione del rapporto annuale sullo Stato di diritto, il documento che può incidere anche sull’accesso ai fondi comunitari nei casi di gravi violazioni dei principi democratici.
Tra i tanti dati negativi, colpisce (anche se non è proprio una novità) quello sulla Rai: per i ricercatori, l’Italia continua a mantenere un modello di governance incompatibile con lo spirito e con gli obblighi previsti dall’European Media Freedom Act, entrato in vigore nell’agosto 2025. Mentre l’Europa chiede un servizio pubblico indipendente dal potere politico, nel nostro Paese continua a sopravvivere il tradizionale sistema di spartizione partitica.
Il rapporto osserva poi che non è stata introdotta alcuna riforma capace di garantire una reale autonomia dell’azienda pubblica e richiama anche due vicende emblematiche: il blocco della nomina del presidente della Rai e la paralisi della Commissione parlamentare di Vigilanza, ferma ormai da oltre un anno. Due elementi che, secondo gli estensori del Monitor, confermano come il controllo politico sul servizio pubblico sia tutt’altro che superato.
Un mercato sempre più fragile, in mano ai colossi del digitale
Ma la Rai è soltanto uno dei capitoli della bocciatura europea. Il documento descrive un mercato dell’informazione sempre più fragile dal punto di vista economico, con la continua diminuzione delle vendite dei quotidiani, un’occupazione giornalistica in costante calo e un ricorso crescente ai freelance, spesso caratterizzati da redditi bassi e tutele limitate. Intanto la pubblicità migra verso le grandi piattaforme digitali, sempre più dominanti nell’ecosistema dell’informazione.
A preoccupare è anche la persistente concentrazione della proprietà dei media e del mercato digitale. Secondo il Monitor, una quota crescente del dibattito pubblico dipende ormai da pochi grandi operatori privati e dagli algoritmi che decidono quali contenuti rendere visibili, riducendo ulteriormente il pluralismo dell’informazione.
E impazzano le querele temerarie
Altro capitolo dolente riguarda le cosiddette querele temerarie. Il rapporto ricorda che l’Italia continua a non disporre di strumenti efficaci contro le cause giudiziarie utilizzate per intimidire giornalisti e testate. Nonostante la direttiva europea contro le Slapp, il termine fissato per il recepimento è scaduto senza che il Parlamento sia intervenuto.
Tra le criticità viene richiamato anche il caso Paragon, finito ormai stabilmente tra gli elementi osservati dagli organismi internazionali come esempio delle preoccupazioni legate all’utilizzo di strumenti di sorveglianza nei confronti di giornalisti e attivisti.
“Il nuovo Media Pluralism Monitor conferma una realtà che denunciamo da tempo: l’Italia resta un Paese a rischio medio-alto per il pluralismo dell’informazione e non compie alcun passo avanti, mentre l’Europa rafforza le tutele per la libertà dei media. È una bocciatura che pesa e che chiama direttamente in causa le responsabilità del governo Meloni”, attacca il dem Sandro Ruotolo.
L’europarlamentare punta il dito soprattutto contro la situazione della Rai: “Il report dice chiaramente che la governance della Rai non è stata modificata ed è in contrasto con i principi dell’European Media Freedom Act”. Ma Ruotolo allarga il campo anche alla tutela dei cronisti, denunciando “la persistente debolezza della tutela dei giornalisti, il mancato contrasto efficace alle querele temerarie, la precarietà crescente del lavoro giornalistico e il rischio di autocensura”.
Da qui l’appello al governo perché applichi integralmente la normativa europea, approvi una vera legge contro le querele bavaglio e restituisca “autonomia e indipendenza al servizio pubblico”.