Mark Rutte arriva al vertice Nato di Ankara con una missione precisa: fare, in pratica, l’avvocato di Donald Trump dentro l’Alleanza. Il segretario generale della Nato, già protagonista lo scorso anno del poco istituzionale “paparino” rivolto al presidente americano, veste di nuovo i panni dell’adulatore utile: deve rabbonire Trump, disinnescare le minacce di disimpegno e convincerlo che l’Europa ha capito la lezione. Cioè che spenderà di più in armi, come Washington chiede da anni. La conferenza stampa della vigilia è stata un assaggio del copione.
Rutte rassicura gli Stati Uniti con la teoria del riarmo permanente
Rutte ha spiegato che la Nato sta cambiando pelle, perché il vecchio equilibrio non regge più. Secondo il capo dell’Alleanza, non è sostenibile che gli Stati Uniti continuino a garantire la difesa europea mentre gli alleati della parte più ricca del mondo restano dipendenti da Washington. Il messaggio era rivolto a tutti, ma il destinatario vero era Trump, che da anni accusa gli europei di essere scrocconi della sicurezza americana. Rutte, più che il segretario generale di un’Alleanza tra pari, sembra l’avvocato difensore di Trump: traduce i suoi ultimatum in linguaggio diplomatico, li presenta come necessità strategiche e chiede agli europei di adeguarsi.
Leggi anche: Trump umilia Meloni, ma l’Italia gli regala nuove promesse per il riarmo
Fine guerra mai
Il messaggio è sempre lo stesso: per tenere gli Stati Uniti dentro la Nato bisogna aumentare la spesa militare, moltiplicare le commesse all’industria della difesa e arrivare al 5% del Pil. Per questo Rutte usa il linguaggio che piace alla Casa Bianca: più soldi, più armi, più industria militare, più responsabilità da Europa e Canada. Gli Stati Uniti continueranno a fornire l’ombrello nucleare e un supporto convenzionale decisivo, ma gli europei dovranno pagare di più per rendere l’Alleanza “sostenibile”. Dietro la formula diplomatica c’è una resa politica: la Nato si riorganizza attorno alla pressione americana. Il vertice di Ankara nasce così sotto il segno del riarmo.
Bastone e carota
Rutte rivendica che gli alleati europei e il Canada sarebbero già arrivati a investimenti pari a circa il 4% del Pil in difesa. Un anno dopo l’impegno dell’Aia, dove i Paesi Nato hanno accettato la traiettoria verso il 5% entro il 2035, il segretario generale chiede piani nazionali credibili. Tradotto: non bastano più promesse generiche, servono tabelle di marcia e stanziamenti. È la pedagogia del riarmo permanente. Rutte non si limita a dire che l’Europa sta già facendo molto; aggiunge che deve fare ancora di più. Ricorda che nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato di quasi il 20% la spesa per la difesa di base e che tra 2025 e 2026 gli investimenti aggiuntivi arriverebbero a 258 miliardi di dollari. Numeri pensati per impressionare Trump.
Impegni e commesse
Ad Ankara non si parlerà solo di percentuali. Il Forum dell’industria della difesa servirà a trasformare gli impegni in commesse. Ursula von der Leyen porterà al tavolo gli strumenti europei per gli acquisti congiunti, dall’Edirpa al Safe, il programma di prestiti Ue per nuovi investimenti militari. Anche qui il messaggio è chiaro: l’Europa deve comprare, produrre, coordinarsi e spendere, perché Trump vuole risultati misurabili.
Il terzo dossier sarà l’Ucraina. Volodymyr Zelensky sarà al vertice e potrà incontrare Trump, mentre la Nato prepara nuovi impegni di sostegno militare a Kiev. Anche questo servirà a mostrare al presidente americano che l’Alleanza non è ferma e che gli europei stanno assumendo un ruolo più pesante. Rutte proverà a vendere l’operazione come riequilibrio transatlantico. Ma il rischio è che sia un adeguamento ai diktat di Washington. La scena di Ankara dirà molto sul futuro della Nato.
Rutte vuole consegnare a Trump una fotografia rassicurante: l’Europa paga, l’industria produce, gli alleati obbediscono alla traiettoria del 5%. È il modo scelto per tenere gli Stati Uniti dentro l’Alleanza. Ma il prezzo è trasformare la paura di perdere l’ombrello americano in una corsa al riarmo che i governi europei dovranno far pagare ai cittadini, a colpi di debito pubblico e tagli al welfare.