Un’altra rete di spionaggio a favore della Russia. Un’altra inchiesta che coinvolge uomini dell’intelligence. Un’altra crepa nel sistema della sicurezza nazionale. E, soprattutto, un’altra grana politica per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, l’uomo che per conto di Palazzo Chigi ha la delega ai servizi segreti.
L’ultimo scandalo è stato scoperto dai pm romani. Due ex appartenenti all’Aisi, Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, sono finiti ieri agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ceduto informazioni riservate ai servizi segreti militari russi. Secondo gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Roma e da quella militare, Piras avrebbe costruito una rete composta anche da quattro militari in servizio, raccogliendo notizie classificate da consegnare, dietro compenso, a un presunto agente dell’intelligence di Mosca operante in Italia sotto copertura diplomatica.
Le informazioni riguardavano personale dei servizi, armamenti e dati sensibili per la sicurezza dello Stato. L’indagine, paradossalmente, nasce proprio da un’attività di controspionaggio dell’Aisi, che avrebbe individuato il tentativo russo di reclutare un ex agente italiano.
Crosetto: “Punta di un iceberg gigantesco”
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato della “punta di un iceberg gigantesco”, evocando una guerra ibrida condotta dalla Russia contro il nostro Paese. Un allarme che apre inevitabilmente una domanda politica: come è possibile che, negli ultimi anni, il sistema dell’intelligence sia stato investito da una serie tanto impressionante di scandali?
L’ultimo terremoto in ordine di tempo è stato quello che ha coinvolto Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’intelligence italiana. L’ex dirigente è indagato nell’inchiesta romana sulla cosiddetta “Squadra Fiore“, con accuse che comprendono il peculato e il presunto utilizzo illecito di fondi riservati dei servizi. Secondo la Procura avrebbe affidato, attraverso contratti, almeno cinque milioni di euro di fondi dell’Aisi a una società privata e avrebbe inoltre utilizzato, per finalità non istituzionali, uomini e banche dati dell’intelligence per attività di raccolta di informazioni.
Nell’inchiesta emerge anche l’esistenza della cosiddetta “Squadra Fiore“, un gruppo composto da appartenenti ed ex appartenenti agli apparati che, secondo l’accusa, avrebbe svolto attività clandestine di dossieraggio e acquisizione illecita di informazioni riservate anche per conto di soggetti privati. Del Deo respinge ogni addebito e si dichiara estraneo ai fatti.
Prima ancora era esploso il caso Paragon, con l’utilizzo dello spyware israeliano Graphite contro giornalisti e attivisti. Una vicenda – ancora misteriosa – che ha aperto interrogativi inquietanti sul controllo degli strumenti di sorveglianza e sulla catena delle autorizzazioni all’interno degli apparati dello Stato.
Nella lista merita un posto anche l’inchiesta sui dossier abusivi costruiti dall’ex finanziere Pasquale Striano, accusato di migliaia di accessi illeciti alle banche dati dello Stato per raccogliere informazioni riservate su politici, imprenditori, magistrati e giornalisti. Un sistema parallelo di dossieraggio che ha mostrato quanto vulnerabili possano essere gli archivi più sensibili della Repubblica.
C’è poi il caso di Andrea Stroppa, referente italiano di Elon Musk, indagato dalla Procura di Roma per concorso in corruzione. Secondo gli inquirenti avrebbe ricevuto da un ufficiale della Marina un documento riservato della Farnesina sulle valutazioni del governo relative a Starlink e alle comunicazioni satellitari strategiche. L’ipotesi investigativa è che quelle informazioni potessero favorire i progetti commerciali del gruppo di Musk in Italia, riaprendo il tema della tutela dei documenti più sensibili dello Stato.
Il precedente di Biot
Ora arriva il nuovo filone che guarda a Mosca. Un’indagine che richiama inevitabilmente il precedente del comandante di fregata Walter Biot, condannato in via definitiva per aver ceduto documenti segreti a un funzionario dell’ambasciata russa. Ma, se allora si trattava del tradimento di un singolo ufficiale, oggi il quadro appare molto più articolato: ex agenti dell’intelligence, militari in servizio, una rete di fonti, denaro contante, schede di memoria, telefoni e persino “pizzini” utilizzati per trasmettere informazioni riservate.
Naturalmente saranno i magistrati ad accertare responsabilità e colpe individuali. Ma sul piano politico il problema è ormai evidente. Perché ogni nuovo scandalo non rappresenta soltanto una vicenda giudiziaria: racconta anche un sistema che continua a mostrare falle, vulnerabilità e difficoltà di controllo.
Mantovano continua a rivendicare la solidità dell’apparato. Eppure la sensazione è che il comparto dell’intelligence stia vivendo una delle stagioni più difficili della sua storia recente. E, a ogni nuovo caso, diventa sempre più complicato sostenere che si tratti soltanto di episodi isolati.