C’era una volta il fotoromanzo ma adesso spopola il vertical drama

Dal fotoromanzo al vertical drama, un genere a basso impatto intellettivo, a volte recitato da attori generati con Ia e nato in Cina.

C’era una volta il fotoromanzo ma adesso spopola il vertical drama

Della gloriosa stagione dei fotoromanzi potremmo dire che è rimasto ben poco, anche se, incredibilmente, persistono su alcune riviste di settore, sopravvissute alla liquidazione della storica casa editrice Lancio, esercente di testate storiche come Bolero e Gran Hotel, che arrivava a stampare e distribuire le sue edizioni anche in Francia e a New York. Queste vignette fotografiche corredate da didascalie e nuvolette, alla ricerca di una qualche credibilità narrativa, hanno lanciato star dell’epoca come Franco Gasparri e Katiuscia, Max Delys e Claudia Rivelli (sorella di Ornella Muti), ma hanno fatto anche da apripista ad icone mondiali come Sophia Loren e Gina Lollobrigida. Perché il fotoromanzo è un genere tutto italiano, tenuto a battesimo dal giornalista Stefano Reda nel 1947 per la rivista Il Mio Sogno, e con lui da Damiano Damiani, all’epoca appena venticinquenne e ben lontano dal diventare il Maestro del cinema di denuncia politica e civile che abbiamo conosciuto con titoli come L’Isola di Arturo da Elsa Morante, e Il Giorno della Civetta da Leonardo Sciascia.

Il fotoromanzo come specchio dell’Italia

Nato come forma di intrattenimento veloce e “popolare”, il fotoromanzo ha raccontato l’Italia attraverso storie d’amore, gelosia e riscatto sociale, concentrandosi sull’evoluzione dei costumi e sulle trasformazioni culturali, conseguenti al boom economico e generanti l’emancipazione femminile tra desiderio e autodeterminazione. Oggi rappresenta un stilema dissipato dai cambiamenti editoriali, infedele alla descrizione di un mondo che non ha più senso se non nella contestualizzazione della sua epoca, vittima di un pubblico che non sa più leggere per intrattenersi. Ma questa disabitudine allo sfogliare un libro o una rivista è diventata una dipendenza allo scrolling su cellulari e tablet, e persino pc: internet è diventato il mercato libero di contenuti dove, tra la citazione di un Premio Nobel e la ricetta della Carbonara con la panna ecco che appare lo spot di una storia d’amore che promette di cambiarti la vita.

Le chiamano fiction verticali o “vertical drama” e sono cortometraggi a episodi, girati nativamente con orientamento verticale in 9:16 per essere guardati comodamente sugli schermi degli smartphone, senza il bisogno di impegnare entrambe le mani per ruotare il display: hanno un’inquadratura non “tagliata”, come spesso capita per i video adattati da YouTube e rappresentano un’innovazione tecnica dovuta ad un cambio di punto di vista registico che privilegia il testo (i primi piani, la figura intera) al contesto (le ambientazioni, i costumi), abbattendo di molto i costi di produzione. A volte interpretati da attori virtuali generati dall’AI per un pubblico feticista, questi esempi di serialità digitale sono nati in Cina nel 2020 e rispondono ad una domanda di intrattenimento a basso impatto intellettivo.

Dalla Cina con furore

Caratterizzati da episodi di 60/90 secondi, concatenati da cliffangers narrativi e colpi di scena progettati per invogliare un binge watching alienante, i “microdrammi” verticali difficilmente distraggono per più di un’ora ma sono perfetti per essere frazionati durante una pausa caffè e tra un lavoro e l’altro, in fila al supermercato o in metropolitana. Su Instagram, Facebook e TikTok è praticamente impossibile non imbattersi in sforbiciate di episodi gratuiti senza coerenza se non quella di scaricare le apposite app per una visione d’insieme, perché questo tipo di fruizione gode di piattaforme autonome diverse da YouTube, Dailymotion o Vimeo, ma sono recuperabili con un click e una carta di credito sull’AppStore.

Dopo una diffidenza iniziale le fiction verticali sono diventate pervasive anche in Europa e in America, a tal punto da subire un adattamento delle storie ad uso e consumo della cultura e della sensibilità occidentale; Netflix da tempo affianca alla propria produzione mainstream anche miniserie da tablet perché, come riconosce Erin Teague, responsabile di produzione della Disney Entertainment, sul palco del Consumer Elecronics Show di Las Vegas, “i filmati verticali sono perfetti rituali giornalieri […] esperienze brevi, immediate, facilmente consumabili”. Se la sperimentazione tecnica della visualizzazione verticale ha contaminato anche il linguaggio giornalistico (la rete sportiva ESPN con “Vert(ical)s” ha inaugurato un nuovo modo di fare interviste a bordo campo) occorre riconoscere che di sperimentale, nelle trame di queste soap opera “post-litteram”, c’è molto poco, più simili a feuilleton e romanzi d’appendice che a vere e proprie innovazioni letterarie: amori contrastati tra famiglie nemiche, agnizioni e riconoscimenti tradivi, bullismo e vendetta, ma anche fantasy sentimentali, storie horror-goth con risvolti romantici e trame LGBTQ+ dalla morale medievale, un calderone per tutti i gusti.

Boom di audience

Se un’analisi di Omdia sui dati di utilizzo del cellulare ha sancito che in America gli utenti passano più tempo a guardare microdrammi sulle app per smartphone rispetto a quanto ne perdano su Netflix, perché non capitalizzare il fenomeno del momento anche in Italia? Mediaset a Settembre inaugurerà una sezione di fiction verticali autoprodotte su Infinity, dopo che Maria De Filippi ha fatto da apripista con la sua Witty Tv che ad Aprile ha lanciato una prima serie per smartphone: si tratta indubbiamente di un fallimento del sistema, perché le piattaforme di streaming che dovevano rappresentare un’estensione del servizio sono invece vittime di un cambio di linguaggio a partire dal formato, anche se i ricavi globali di queste mini-storie nel 2025 hanno raggiunto gli 11 miliardi di dollari, con previsioni di crescita fino a 14 miliardi nel 2026. Del resto il formato verticale non sta cambiando solo lo streaming: Hollywood per celebrare i vent’anni di “High School Musical” ha ritagliato l’intera commedia musicale in 52 clip verticali su TikTok, per intercettare il pubblico più giovane e appassionarlo al cinema. C’era una volta la profondità in 16:9, ora c’è la superficialità in 9:16.