John Ratcliffe a Mosca, perché il capo della CIA è volato in Russia con un Boeing C-17

Il direttore della CIA John Ratcliffe è atterrato a Vnukovo con un C-17. Prigionieri, Ucraina, Iran: cosa c'è dietro la visita lampo.

John Ratcliffe a Mosca, perché il capo della CIA è volato in Russia con un Boeing C-17

Se l’obiettivo era non farsi notare, allora la missione del direttore della CIA John Ratcliffe, atterrato ieri mattina alle 10:04 all’aeroporto Vnukovo di Mosca a bordo di un C-17A Globemaster III, è letteralmente fallita. Il gigante dell’aria, un veicolo da trasporto militare, era perfino rintracciabile in tempo reale su piattaforme pubbliche come Flightradar24 e ciò alimenta i dubbi su quella che sembrava essere una visita segreta, ma che si è tramutata in un evento seguito in diretta.

La rotta del C-17: da Andrews a Riga, poi dritto su Vnukovo

Il C-17 è decollato alle 16 di domenica dalla Joint Base Andrews, la stessa base da cui parte l’Air Force One presidenziale di Donald Trump. Prima tappa: Riga, dove il velivolo è atterrato alle 8 del lunedì mattina. Ventiquattr’ore di sosta nella capitale lettone, poi motori riaccesi alle 8:50 e rotta finale verso Mosca.

Come emerso successivamente, nelle stesse ore e sempre da Andrews, era partito verso Riga anche un C-40B, un aereo più piccolo e confortevole. L’ipotesi più plausibile è che Ratcliffe abbia attraversato l’Atlantico sul C-40B e sia poi salito sul C-17 solo per la tratta finale verso la Russia. Il Globemaster, del resto, viene scelto per questo tipo di missioni perché la sua stiva enorme consente di caricare auto blindate, apparecchiature elettroniche e tutto il necessario per operare in sicurezza in territorio ostile.

Quattro ore a Mosca: cosa può aver fatto il capo della CIA

Il soggiorno di Ratcliffe nella capitale russa è durato appena quattro ore. La CIA, come da protocollo, non ha fornito chiarimenti ufficiali, mentre il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, interpellato dal Washington Post, ha liquidato la questione parlando di un viaggio “finalizzato a contatti tra i servizi di sicurezza” e ha precisato: “Non erano previsti contatti con Putin”.

È la prima volta che Ratcliffe mette piede a Mosca da quando guida l’agenzia. L’ultimo direttore della CIA a farlo era stato William Burns, nel novembre 2021, mandato da Joe Biden ad avvertire il Cremlino che Washington conosceva i piani per l’invasione dell’Ucraina e sconsigliava di procedere. Sappiamo come finì, con Vladimir Putin che ignorò le raccomandazioni dando il via a una guerra che va avanti da oltre quattro anni.

Lo scambio di prigionieri: la pista più “innocua”

Ma qual è il senso della missione di Ratcliffe? La spiegazione più semplice potrebbe essere che il direttore della CIA, il quale gestisce in prima persona i dossier sugli scambi di detenuti, sia andato a trattare la liberazione di qualche detenuto con cittadinanza statunitense.

Un nome che circola con insistenza è quello di Robert Gilman, insegnante di inglese che gestiva una scuola in Polonia, detenuto in Russia dal novembre 2021, dopo essersi ammalato durante un transito da Mosca verso la Moldova. Trump si è occupato personalmente del suo caso, dimostrando come la vicenda sia particolarmente sentita e l’eventuale sblocco potrebbe essere rivenduto dal tycoon per guadagnare consensi elettorali in vista delle elezioni di midterm. Del resto quattro ore di incontri potrebbero bastare per chiudere un negoziato di questo tipo.

L’ombra dell’Ucraina e il messaggio a Putin

C’è però un’altra lettura che guarda all’Ucraina. Le trattative americane per mettere fine alla guerra tra Mosca e Kiev attraversano una fase di stallo, con i mediatori Witkoff e Kushner che hanno annullato un viaggio a Mosca che sarebbe dovuto andare in scena proprio in questi giorni. Tuttavia sarebbe strano che Ratcliffe ne avesse preso il posto senza che la cosa trapelasse in qualche modo, ma nell’America di Trump tutto è possibile.

Insomma non si può escludere una missione simile a quella di Burns di tre anni fa quando consegnò un avvertimento diretto a Putin affinché non allarghi il conflitto prendendo di mira un paese membro della NATO, o non ricorra alle temute atomiche tattiche per sbloccare una situazione strategica che per il Cremlino si fa più complicata di giorno in giorno.

Il nodo Iran: sanzioni secondarie e il ruolo di Mosca

Una terza ipotesi per spiegare questo viaggio è quella legata alla guerra in Iran. Il Cremlino, infatti, è stato accusato di aiutare Teheran a individuare i bersagli americani nella regione, oltre a rifornirlo di armi e componenti per missili e droni. Armi e droni che, in un cortocircuito ormai noto, gli ayatollah avevano a loro volta prestato a Putin per colpire l’Ucraina di Zelensky.

Lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato nuove sanzioni secondarie per punire chiunque aiuti la Repubblica islamica ad aggirare i blocchi: vendere petrolio, incassare denaro, acquistare beni civili e materiali per uso militare. La Russia, insieme alla Cina, è il primo alleato a sostenere l’Iran. È possibile che Ratcliffe sia volato a Mosca proprio per discutere la fine di questa assistenza, o per minacciare conseguenze nel caso non si fermi.

Una visita “visibile” che lascia più domande che risposte

Resta il punto di partenza: perché rendere tutto così pubblico? Un C-17 tracciabile su Flightradar24, un atterraggio in uno degli aeroporti principali di Mosca, nessuna copertura. Forse il messaggio era proprio quello: far sapere che gli Stati Uniti sono presenti, che il canale esiste, che il dialogo – anche tra avversari – non si è interrotto. O forse, più semplicemente, la logistica di una missione con auto blindate e apparati di comunicazione sicuri non lasciava molte alternative al Globemaster.

Quattro ore a Vnukovo. Abbastanza per scambiarsi un prigioniero, lanciare un avvertimento, o entrambe le cose. Ma per risolvere questo giallo servirà ancora tempo perché la CIA tace e il Cremlino minimizza, di fatto alimentando dubbi su cosa sia realmente successo.