“NAZA” è l’acronimo con cui l’intelligence israeliana indica “il numero di civili che prevede saranno uccisi in un attacco aereo”, secondo il Guardian, che produce il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Abraham quel numero lo conosce bene.
Il 30 novembre 2023, su +972 Magazine e Local Call, dava voce a sette fonti militari israeliane. Descrivevano fascicoli sugli obiettivi, case comprese, con i civili che un attacco avrebbe probabilmente ucciso, un numero “calcolato e noto in anticipo”. Per le due testate l’esercito autorizzava fino a 20 vittime civili per un miliziano di basso rango e oltre 100 per un comandante di Hamas. Il 21 agosto 2025 ha pubblicato con il Guardian un database dell’intelligence militare secondo cui a maggio risultavano morti con certezza o con probabilità 8.900 combattenti su 53.000 uccisi contati dal ministero della Salute di Gaza, oltre l’83 per cento di civili nel calcolo delle tre testate, meno di un mese prima che la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite concludesse che a Gaza Israele aveva commesso un genocidio.
A Beit Lahia, il 10 settembre, con la tregua in vigore da ottobre 2025, un attacco israeliano ha ucciso quattro membri della famiglia Ahmad, fra loro due bambini di 8 e 12 anni, e un funzionario dell’ospedale Al-Shifa ha riferito all’agenzia France-Presse che i corpi sono stati recuperati straziati. Quella mattina l’esercito diffondeva con lo Shin Bet il bilancio del giorno prima: tre depositi di armi di Hamas distrutti. Sulla famiglia Ahmad faceva sapere alla stessa agenzia di stare verificando.
Sul database i militari risposero due volte: la prima nota lasciava intatte le cifre. Tre settimane dopo, interpellati dal Guardian, chiesero di “riformulare” e definirono quei numeri “scorretti”.