Il 22,3% dei francesi interpellati da Public First per Politico fra il 13 e il 15 settembre, su più di 2.000 adulti per Paese, ha risposto di non aver mai sentito nominare Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea che ieri a Strasburgo ha aperto il discorso sullo stato dell’Unione con Charles Dickens, «il migliore dei tempi, il peggiore dei tempi». In Spagna gli ignari sono il 10,3%. Se si leggono i numeri, la citazione andava presa sul serio a metà.
Nella sua Germania sa chi è il 95% degli intervistati, e proprio lì va peggio: il 45% giudica pessimo il lavoro che sta facendo, con gli elettori di Alternativa per la Germania a tirare giù la media, e più della metà di loro la boccia senza appello. In Francia il giudizio positivo si ferma al 12%, quello negativo sale al 31,1%, e sommando chi non l’ha mai sentita a chi non ha un’opinione si arriva al 56,9%. Un Paese fondatore guarda la sua presidente come si guarda un’insegna scritta in un’altra lingua.
Poi c’è la trappola che i sondaggisti hanno piazzato apposta. Hanno chiesto se gli intervistati avrebbero seguito anche una “Convenzione europea di autorità” che esiste solo nel questionario, e in Francia il 32,1% ha detto di sì, almeno un po’, contro il 43,7% del discorso vero. Undici punti. Tanto separa l’Unione reale da un evento inventato, ed è un termometro crudele. Del discorso di ieri, poi, il 25,8% dei francesi non aveva nemmeno sentito parlare.
Un’autorità spesa altrove
Il credito che manca nelle case la presidente l’ha investito su altri tavoli. A marzo 2025 la Commissione ha lanciato ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, un piano da 800 miliardi per la difesa. Il 27 maggio il Consiglio ha adottato Safe, 150 miliardi di prestiti che, come ha ricostruito il Post, sono passati senza il voto del Parlamento europeo grazie a una procedura speciale. Del resto la seconda Commissione von der Leyen era nata il 27 novembre 2024, quando gli eurodeputati le concessero 370 sì, la maggioranza più risicata dal 1993, e sul capitolo più pesante del mandato ha preferito fare a meno dell’Aula.
Sul clima la rotta si è invertita. Il 16 dicembre 2025 la Commissione ha proposto di abbassare dal 100% al 90% il taglio delle emissioni per le auto nuove al 2035, dopo le pressioni dell’industria e di governi come Italia e Germania. Il Green Deal che doveva essere la sua firma è diventato una trattativa al ribasso con i costruttori. Ieri, dallo stesso palco, ha chiamato l’estate appena passata «l’estate della verità» e ha contato, come ha riportato Euronews, oltre 35.000 morti in più nelle ondate di calore.
Il golf e il cassetto
Il 27 luglio 2025, nel resort di Donald Trump a Turnberry, in Scozia, von der Leyen ha accettato un dazio del 15% anche sulle automobili europee e l’ha chiamato accordo, che è il nome gentile di una resa. Il 15 settembre, due giorni fa, Euronews ha rivelato un documento di Washington che minaccia ritorsioni se l’Unione terrà la preferenza europea nel bilancio 2028-2034, fino al ritiro delle deroghe al “Buy American” per 19 Stati membri. La tregua comprata sul campo da golf, insomma, è durata poco più di un anno.
Su Israele la debolezza della presidente coincide con quella dell’intera Unione, perché già a giugno 2025 una revisione europea aveva trovato indicazioni di violazione dell’articolo 2, quello sui diritti umani. Il 17 settembre la Commissione ha proposto di sospendere le parti commerciali dell’accordo di associazione. Ad aprile Germania e Italia hanno bloccato l’ennesimo tentativo al Consiglio: la proposta c’era, e i governi l’hanno chiusa in un cassetto dove sta da un anno.
Ieri a Strasburgo von der Leyen ha offerto al Canada di diventare il primo membro associato dell’Unione. Più di un francese su cinque, intanto, dovrebbe prima farsi spiegare chi è la donna che gliel’ha proposto.