La polizia personale di Donald Trump è tornata a sparare nelle strade di una metropoli Usa. L’ultima vittima del corpo specializzato nella caccia ai migranti è arrivata domenica pomeriggio, ad Austin, in Texas, dove un agente dell’Immigration and Customs Enforcement ha ferito con un colpo al torace Wilber Rafael Garcés Pérez, 28 anni, origini venezuelane. L’uomo è stato colpito al termine di un fermo stradale nella zona nord della città.
Ferito, curato e internato
Perez è stato ricoverato in condizioni gravi ma stabili. Tuttavia le sue condizioni sono un giallo: secondo l’avvocata della famiglia, Kate Lincoln-Goldfinch, l’uomo sarebbe stato dimesso anzitempo dal Dell Seton Medical Center già domenica sera per essere trasferito in un centro di detenzione federale, e da quel momento legali e familiari non riuscirebbero più a localizzarlo né a ottenere aggiornamenti ufficiali sulle sue ferite al torace. Tanto che domenica sera è stata organizzata una manifestazione per le strade di Austin per chiedere chiarezza sull’accaduto.
Come sempre accade quado di mezzo c’è l’Ice, infatti le ricostruzioni, non collimano. Secondo l’avvocata Lincoln-Goldfinch, Garcés Pérez stava effettuando una consegna per DoorDash quando è stato fermato.
Il consigliere comunale di Austin, Mike Siegel, sostiene che un suv Ford Expedition dell’Ice abbia speronato la Toyota blu del giovane, e che l’agente sia poi sceso sparando più colpi, tanto che l’auto presenta almeno due fori di proiettile sul finestrino del passeggero.
Non c’è accordo nemmeno sullo status della vittima
Anche sullo status legale della vittima, la versione della difesa contrasta apertamente con quella del governo: l’avvocata sostiene che l’uomo fosse entrato regolarmente negli Stati Uniti, con un permesso di lavoro in corso di validità, e che sia sposato con una cittadina con status legale.
Il Dipartimento della Sicurezza Interna, invece, parla di un cittadino venezuelano entrato illegalmente durante l’amministrazione Biden, destinatario di un ordine esecutivo definitivo di espulsione. Fonti investigative citate da NewsNation sostengono inoltre che il giovane abbia tentato di fuggire a piedi prima che partissero i colpi, versione che la difesa non conferma.
La polizia di Austin tagliata fuori dalle indagini
Sul piano istituzionale, lo scontro è netto. Il consigliere Siegel ha denunciato che alla polizia locale di Austin è stato impedito di condurre i rilievi scientifici sul posto, con la scena del crimine posta interamente sotto il controllo delle agenzie federali. Il capo della polizia cittadina, Lisa Davis, ha confermato che gli agenti municipali non sono stati coinvolti né nell’operazione né nella sparatoria.
Il sindaco democratico Kirk Watson si è detto “molto arrabbiato ed estremamente deluso che una persona sia stata colpita nelle strade di Austin dall’Ice”, collegando l’episodio a un “aumento significativo, quasi da un giorno all’altro” delle operazioni dell’agenzia in città, e ha chiesto che la polizia locale partecipi alle indagini per garantire “un punto di vista esterno e imparziale”: “Non sarebbe appropriato che l’Ice conduca un’indagine da sola”.
Sulla stessa linea l’ufficio del procuratore della contea di Travis, che ha chiesto di essere incluso nelle indagini e ha sollecitato accesso alle prove da parte del governo federale.
Un’escalation di vittime
L’episodio si inserisce in una scia di casi analoghi che negli ultimi mesi ha coinvolto l’agenzia federale in tutto il Paese. A luglio, un agente dell’Ice aveva ucciso a colpi d’arma da fuoco Lorenzo Salgado Araujo, 52 anni, a Houston, dopo che agenti a bordo di veicoli senza contrassegni lo avevano inseguito mentre portava la sua squadra di operai su un cantiere.
Sempre a luglio, nel Maine, l’agenzia ha ferito Johan Sebastián Durán Guerrero, 25 anni, colombiano, poi deceduto: secondo quanto riportato dai media statunitensi, l’agente coinvolto è un veterano dell’esercito con problemi di salute mentale mai adeguatamente valutati prima di ricevere placca e pistola.
Nell’inverno scorso, in Minnesota, le uccisioni di Alex Pretti e Renee Good, entrambi cittadini americani, avevano già provocato una vera sollevazione popolare.
La corsa di Trump alle espulsioni prima del voto
Sullo sfondo, la campagna di espulsioni dell’amministrazione Trump ha raggiunto numeri record: secondo i media statunitensi, a luglio e agosto l’Ice ha effettuato per la prima volta nella sua storia oltre 50mila arresti al mese. Un’escalation che si intreccia ormai apertamente con il calendario elettorale: mentre cresce la contestazione nelle strade i sondaggi mostrano una maggioranza di americani contraria alle politiche migratorie del presidente, e il calo di consenso tra la comunità latina, decisiva per la vittoria del 2024, si fa sempre più marcato.
Con il voto di midterm ormai alle porte, ogni nuova sparatoria rischia di trasformarsi in un boomerang per un’amministrazione Trump, che aveva fatto della mano dura sull’immigrazione il proprio biglietto da visita.
Nuovi fondi per le espulsioni
Intanto l’amministrazione Trump ha autorizzato lo stanziamento di almeno 410 milioni di dollari per facilitare accordi per le deportazioni di migranti con 31 Paesi. Lo riporta il Washington Post, sottolineando che i destinatari dei fondi sono soprattutto Paesi dell’Africa e dell’America Latina. Grazie alle intese raggiunte, gli Stati Uniti hanno espulso migranti in Paesi con i quali non avevano alcun rapporto. In Costa Rica sono infatti stati inviati migranti da Cina, Russia, Afghanistan e Iran.