Il governo Meloni il razzismo lo misura con scrupolo da ragioniere e poi lo deposita dove nessuno andrà a cercarlo. La relazione dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali che dipende dalla Presidenza del Consiglio, sul 2024 l’ha trasmessa alla Camera la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella il 31 dicembre 2025, giorno di San Silvestro, e dentro c’è scritto che delle 641 segnalazioni dirette ritenute pertinenti ben 452 riguardano l’origine etnica e il colore della pelle. Letta da chi, resta un mistero.
Domenica intanto Giorgia Meloni ha lanciato dal palco di Gioventù nazionale il tetto del 30 per cento di alunni stranieri per classe e il decreto è atteso oggi in Consiglio dei ministri, anche se lo stesso tetto sta in una circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010 aggirata da allora a colpi di deroghe. Le classi con oltre il 20 per cento di neoarrivati che ignorano l’italiano, ha detto il ministro Giuseppe Valditara al Corriere della Sera, sono poco meno di mille.
I numeri che nessuno cita
Martedì è uscito Ricomporre le fratture, primo rapporto annuale dell’associazione Il Razzismo è una brutta storia promossa dal Gruppo Feltrinelli e curato da Tana Anglana, che ha il difetto imperdonabile di mettere in fila i numeri dell’Istat, del ministero e dello stesso Unar.
Secondo l’Istat nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2 per cento delle famiglie di soli stranieri contro il 6,2 di quelle di soli italiani. La ricerca dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, con il Centro studi Medì su 522 persone racconta cosa c’è dentro quella cifra: appena il 4 per cento dichiara di non essersi mai sentito discriminato e due su tre raccontano un affitto rifiutato per la propria origine straniera. Il muro sta alla porta dell’agenzia immobiliare prima che in classe.
Poi c’è il racconto. Nei telegiornali di prima serata, secondo il rapporto Notizie senza volto della Carta di Roma, il 24,2 per cento dei servizi sulle migrazioni contiene la dichiarazione di un politico e appena il 7 per cento dà la parola a una persona migrante o rifugiata. È così che un tetto diventa notizia per giorni mentre quel 35,2 per cento resta una riga di tabella.
La scuola che il tetto non guarda
Sulla scuola il rapporto guarda proprio lì dove il governo evita di guardare. Il Rapporto Ismu segnala un ritardo scolastico del 26,4 per cento tra gli studenti stranieri contro il 7,9 degli italiani, con un picco del 48 per cento alle superiori, e secondo i dati ministeriali del 2022-2023 si iscrive al liceo il 33,4 per cento dei ragazzi con background migratorio contro il 53,7 degli altri. Una ricerca di Save the Children del 2023 misura la fiducia dei docenti nella prosecuzione degli studi: 53,4 per cento per loro, 64,5 per i compagni. Aspettative diverse già dal primo banco, che nessun decreto sul numero di sedie sfiora.
Il monitoraggio della piattaforma Elisa, che il ministero dell’Istruzione gestisce con l’Università di Firenze, ha rilevato nel 2022-2023 che il 10,1 per cento degli studenti delle superiori coinvolti ha subito prepotenze per il proprio background etnico, dall’8,8 dell’anno prima. Il numero su cui lavorare c’è già: riguarda i compagni che insultano.
Quando nell’ottobre 2024 la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha scritto di profilazione razziale nelle forze dell’ordine, la presidente del Consiglio ha risposto sui social che meritavano “rispetto, non simili ingiurie”. Il metodo è rimasto quello: i dati che accusano diventano ingiurie oppure viaggiano verso la Camerae al loro posto si piazza un tetto da raccontare in televisione. Contare gli stranieri in classe costa meno fatica che contare quanti vengono insultati.