Il direttore della CIA ha discusso con Mosca il rischio di un’operazione contro un Paese NATO. Una nuova valutazione danese distingue, però, fra attacchi ibridi, azioni militari limitate e invasione: scenari con probabilità diverse.
Il rischio di un attacco russo contro un Paese europeo è tornato al centro del dibattito dopo la visita a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe. In realtà non esiste una valutazione pubblica della CIA che annunci un’invasione dell’Unione europea, indichi un obiettivo o fissi una data. Secondo fonti informate citate da Reuters, Ratcliffe ha sollevato con i suoi interlocutori russi la possibilità di un’operazione contro un membro della NATO. Non è stato reso noto se questo fosse l’unico scopo dell’incontro.
La distinzione conta: l’Unione europea e la NATO non sono la stessa organizzazione, anche se molti Paesi appartengono a entrambe. Un’operazione contro il territorio di un alleato può assumere forme molto diverse da una guerra su vasta scala. È su questa gamma di scenari, più che sull’idea di un attacco già deciso, che si concentrano gli avvertimenti disponibili.
Che cosa dice davvero la CIA?
La CIA non ha pubblicato il contenuto delle sue valutazioni riservate. Il fatto verificabile è la visita del suo direttore ai responsabili dell’intelligence russa e il riferimento durante i colloqui a una possibile operazione contro un Paese NATO. Presentare quelle informazioni come la prova di un “piano russo per invadere l’Europa” andrebbe oltre ciò che è stato divulgato.
Per capire la minaccia occorre, quindi, guardare anche alle valutazioni rese pubbliche dai servizi europei. Il 24 settembre, l’intelligence militare danese ha pubblicato un’analisi non classificata con tre conclusioni: prevede un’ulteriore escalation delle attività ibride russe nei prossimi mesi; giudica basso, ma crescente il rischio di attacchi militari limitati contro un Paese NATO; considera improbabile una vera invasione, pur affermando che non può più essere esclusa. Sono giudizi di probabilità, non l’annuncio di eventi inevitabili.
Lo stesso giorno il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha richiamato la valutazione danese e invitato a mantenere la calma. Ha riconosciuto l’aumento delle attività russe nel dominio cyber e ribadito che l’Alleanza si prepara a difendere il territorio dei suoi membri.
Quali azioni preoccupano di più l’Europa?
La NATO descrive già una campagna di azioni ibride contro gli alleati: sabotaggi alle infrastrutture critiche, attacchi informatici, interferenze elettroniche, provocazioni ai confini e disinformazione. In un’azione ibrida possono combinarsi strumenti militari e non militari, attività visibili e operazioni clandestine. L’obiettivo può essere mettere sotto pressione un Paese senza arrivare a uno scontro aperto.
Un attacco limitato è uno scenario diverso: potrebbe coinvolgere un’azione militare circoscritta contro un alleato. Un’invasione su larga scala richiederebbe, invece, capacità, preparativi e una scelta di escalation molto più ampi. Mettere questi tre scenari sullo stesso piano impedisce di capire sia il rischio più concreto sia quello che i servizi ritengono meno probabile.
Un drone o un sabotaggio farebbero scattare l’articolo 5?
Non automaticamente. L’articolo 5 del Trattato NATO riguarda la difesa collettiva in caso di attacco armato. L’Alleanza precisa che anche un grave attacco informatico o un’azione ibrida possono essere valutati come tali, ma la decisione dipende dalle circostanze del singolo caso. Attribuire con certezza la responsabilità di un episodio e valutarne la gravità sono quindi passaggi decisivi. Inoltre, l’obbligo per ogni alleato è prestare l’assistenza che ritiene necessaria: il trattato non prescrive una risposta militare identica e automatica per tutti.
Per i cittadini europei, la conseguenza più immediata di questa valutazione non è una previsione di guerra imminente. È la maggiore attenzione alla sicurezza di reti, trasporti, energia e comunicazioni, insieme alla necessità di distinguere un incidente, un’azione attribuita a uno Stato e un attacco armato. La minaccia è presa sul serio; tempi, bersagli e decisioni del Cremlino restano sconosciuti.