Più soldi all’università e meno università per ogni studente: il governo di Giorgia Meloni è riuscito a tenere insieme le due cose, e da mesi ne racconta una sola, con la disinvoltura di chi legge il totale dello scontrino e si dimentica di guardare i prezzi. Il 20 settembre, alla festa di Gioventù Nazionale, la presidente del Consiglio ha rivendicato di aver portato il Fondo di finanziamento ordinario “al suo livello più alto di sempre”, un quarto sopra il 2019, e ha accusato di usare argomenti falsi chi le rimproverava i tagli.
La ministra dell’Università Anna Maria Bernini canta la stessa strofa. Nel comunicato con cui l’8 agosto il Mur ha annunciato il riparto del fondo 2026 si è affidata alla formula di rito, “continuiamo ad aumentare le risorse per le università”, e a inizio settembre il dossier di Fratelli d’Italia sui quattro anni di governo ha appeso in bacheca gli “stanziamenti record per università e ricerca” accanto agli altri trofei. Un record contato in euro nominali.
Università, il record al netto dei prezzi
A fare i conti che a Palazzo Chigi nessuno ha voglia di fare è Giuseppe Migali, ordinario di Economia politica all’Università Magna Graecia di Catanzaro, in un’analisi uscita il 24 settembre su lavoce.info. Tra il 2019 e il 2025 il fondo passa da 7,45 a 9,37 miliardi e cresce del 25,7 per cento in termini nominali. Poi l’economista toglie l’inflazione e sui 60 atenei statali del suo campione l’aumento del 24 per cento si sgonfia a un misero 4,1. Divisi per gli iscritti, i soldi reali per studente scivolano sotto il livello del 2019 e sotto quello del 2022.
Il 2022 è l’anno in cui arriva Meloni e Migali lo usa come linea di confine. Da lì gli incrementi nominali hanno “sostanzialmente compensato” l’aumento dei prezzi mentre gli iscritti continuavano a salire, così il finanziamento reale per studente cala del 2,5 per cento. Per restare dov’era nel 2022 sarebbero serviti circa 208 milioni aggiuntivi nel 2025, e parliamo soltanto delle quote esaminate nei sessanta atenei. Il governo del record insomma ha fatto correre il fondo alla stessa velocità dei prezzi.
Lo mette nero su bianco perfino l’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, ente pubblico vigilato proprio dal ministero, che nel Rapporto 2026 calcola che dal 2018 al 2025 il fondo è cresciuto del 27,6 per cento in euro correnti e appena del 7,3 in termini reali, con un’erosione inflazionistica che nel 2025 vale circa 1,5 miliardi. Quanto al 2026 del comunicato trionfale, l’aumento è di 25,6 milioni, lo 0,27 per cento, contro un’inflazione media che l’Istat dà già acquisita al 2,9 per cento. Nessun ateneo registra riduzioni, giura il ministero. Conta gli euro, appunto, e lascia perdere quello che con quegli euro si compra.
Quindici regioni su diciotto
La mappa di Migali è ancora più crudele. Tra il 2022 e il 2025 le risorse reali per studente scendono in 15 regioni su 18 e crescono solo in Basilicata, Lombardia ed Emilia-Romagna, mentre Umbria e Sicilia perdono intorno al 9 per cento. In Calabria il finanziamento per iscritto era salito del 10 per cento fra il 2019 e il 2022, poi nel triennio successivo i fondi reali calano mentre gli studenti aumentano e il conto di ciascuno perde il 5,5 per cento. Altro che record: è una dieta, spalmata con cura su quindici regioni.
Nel dicembre 2024 la stessa Bernini spiegava ai giornalisti all’inaugurazione dell’anno accademico della Iulm, come riportò l’Italpress, che “una cosa sono i numeri e una cosa è la propaganda”. Aveva ragione. I numeri adesso li ha messi in fila un economista che insegna a Catanzaro e la propaganda sta nel dossier dei trofei e sul palco di Gioventù Nazionale, dove ai ventenni si racconta di aver dato all’università più che mai: più euro, certo, solo che a ciascuno di loro ne arriva meno.