Nelle prossime settimane, quando si concluderanno gli incontri avviati il 10 settembre scorso, sindacati e associazioni datoriali sottoscriveranno un nuovo accordo-quadro su rappresentanza e contrattazione. Un percorso “benedetto” dal governo, iniziato – non a caso – dopo l’approvazione del decreto sul “salario giusto” (si veda “La Notizia” del 4 maggio 2026). Le parti si sono presentate al tavolo dopo un confronto al loro interno: da un lato Cgil, Cisl e Uil, dall’altro 14 sigle con in testa Confindustria. Al termine, sia gli uni sia gli altri hanno sfornato un proprio documento che ha costituito la base della discussione.
In attesa di leggere la versione finale del testo, dalle bozze che circolano si ha l’impressione che la montagna stia per partorire un topolino. L’ennesimo. Non è la prima volta, del resto, che vengono siglati accordi di questo tipo: dal “Protocollo Ciampi” (1993) all’Accordo quadro del 2009 (con l’esclusione della Cgil), fino al più recente “Patto della fabbrica” (2018). Ma, al di là dei buoni propositi, in concreto per i lavoratori non è mai cambiato nulla. A iniziare dal tema più scottante: i salari. Come noto, l’Italia è l’unico Paese dell’area Ocse in cui, negli ultimi trent’anni, gli stipendi reali sono diminuiti. La politica ha la sua dose di responsabilità, ma le parti sociali non sono esenti da colpe. Anzi. I contratti li firmano loro: un ruolo rivendicato con peccato d’orgoglio – ad esempio – ogni qualvolta si parla di introdurre il salario minimo, visto come un colpo alla loro autonomia.
Dei Ccnl sottoscritti dalla triplice, 99 coprono oltre il 97% dei lavoratori del settore privato. Il 1° agosto scorso, su “Domani”, Sandro Trento ha osservato come dal 1990 in poi “il fisco ha lavorato al posto della contrattazione” e, fra bonus e sgravi contributivi, ha fatto da “ammortizzatore” e “anestetico”. Così “se lo Stato garantisce il potere d’acquisto dal lato del netto, il lordo può restare compresso senza che nessuno paghi un prezzo politico”. Tra proliferazione dei contratti e mancanza di un salario minimo legale, per l’economista siamo davanti a “un sindacato che ha vinto sul terreno istituzionale e ha perso su quello salariale, e che da vent’anni chiede al ministero dell’Economia quello che dovrebbe strappare alla controparte”. Ma il discorso riguarda anche le imprese. Da un report diffuso a Cernobbio è emerso che queste hanno goduto di circa 300 miliardi di incentivi negli ultimi 25 anni, ma senza benefici per la produttività. Visti i presupposti, è illusorio credere che tale intesa possa cambiare l’andazzo.