Lizzie Borden era lesbica? Non ci sono prove concrete, ma Ryan Murphy nella nuova stagione di “Monster” ne è convinto e, con una licenza poetica vorticosa e nel pieno del suo stile massimalista, costruisce attorno a questo antefatto una delle scene più iconiche ma anche criptiche della serie più attesa di Netflix.
Durante il sesto episodio Murphy e il fedele compagno professionale Ian Brennan costruiscono un parallelismo surreale tra Lizzie e la pluriomicida Aileen Wuornos (già interpretata al cinema da Charlize Theron con una performance da Oscar): tra di loro cent’anni e la sicurezza che entrambe siano assassine.
Mentre la prima balla con la cameriera Bridget Sullivan, la seconda fa altrettanto con la fidanzata Shelby sulle note di “Smalltown Boy” dei Bronski Beat, un inno synth pop sulla fuga di un giovane omosessuale dalla famiglia e dal suo piccolo paese a causa dell’intolleranza, dell’omofobia e dell’incomprensione.
Il contrasto musicale e il montaggio alternato ci confondono come se le quattro donne stessero condividendo la stessa pista da ballo, simboleggiando una continuità emotiva intergenerazionale nel sentirsi intrappolate ed escluse dal mondo.
Già nel quarto episodio Aileen si presenta ad una delle sue vittime dicendo di chiamarsi Lizzie Borden, come se l’una fosse il riflesso moderno dell’altra, entrambe spinte alla violenza estrema da traumi profondi e da contesti sociali oppressivi che le hanno marginalizzate, abusate e private della libertà.
Nel finale di stagione Aileen, che è a un passo dall’esecuzione per iniezione letale, sogna Lizzie che l’accoglie “in un posto sicuro, [dove] tutto è perdonato. Tutto è compreso. Finalmente”: una conclusione emotiva riparatoria per la Wuornos, indigente ed emarginata, condannata a morte, rispetto alla Borden, “la donna che non è stata condannata”, esponente dell’alta borghesia dell’Ottocento, talmente abile e brillante da mangiarsi la giuria durante il processo che la vedeva imputata per l’efferata morte del padre e della matrigna a colpi d’ascia.
Dopo tre stagioni dedicate alle figure maschili di Jeffrey Dahmer, dei fratelli Menendez e di Ed Gein, “La storia di Lizzie Borden” si inserisce nell’universo di “Monster” con un inedito punto di vista femminile sulle responsabilità della della società americana nel creare i propri mostri: un approccio disturbante e divisivo tanto per il pubblico quanto per la critica, a confermare che le donne, meglio sante che… lesbiche?