Primarie sì, sfidanti no: è la formula con cui la maggioranza di Elly Schlein si prepara a mettere mano allo Statuto del Partito democratico nell’Assemblea nazionale attesa fra fine ottobre e i primi di novembre. Lì si voterà la proroga del mandato della segretaria, che scade a marzo in piena campagna per le politiche, e lì si discute di infilare anche quella che i giornali hanno già battezzato norma anti-Gori, cioè il divieto di altre candidature dem ai gazebo della coalizione. La porta che vogliono murare esiste già. L’articolo 5 affida all’Assemblea, in caso di primarie di coalizione, le modalità per “eventuali altre candidature” oltre a quella del segretario: nel 2012 servì una deroga per far correre Matteo Renzi contro Pier Luigi Bersani, oggi la regola c’è e si lavora per toglierla.
Il bersaglio ha un nome. Sabato scorso alla Casa del Popolo di Coiano, a Prato, l’assemblea dei riformisti dem intitolata “Cambiare!” ha trattato Giorgio Gori, eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo, da candidato in pectore. Lui ha lasciato fare con un «Non se ne parlerà qui, oggi» che in molti già leggono come un’apertura. Le condizioni le hanno messe in fila gli ex ministri Lorenzo Guerini e Graziano Delrio: primarie in presenza, niente voto online e soprattutto il doppio turno, esattamente l’opposto di quel che chiede il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, che spinge per turno unico e consultazione ibrida.
Tra primarie e Statuto Pd, la calcolatrice di Coiano
Il conto vero i riformisti lo fanno a microfoni spenti ed è istruttivo. A Open un “riformista di rango” ha spiegato che l’area dovrebbe raccogliere con tutti i suoi candidati “il 15% per dire” e poi far confluire quei voti al secondo turno su Schlein o su Conte. Per ammissione della stessa minoranza il suo candidato servirebbe insomma ad arrivare terzo. Si vuole contare. E il ballottaggio è lo strumento per farlo, perché con il turno unico Gori sottrarrebbe voti alla segretaria a tutto vantaggio del leader dei 5 Stelle e una coalizione guidata da Conte, ha detto un riformista all’Agi, “sarebbe una tragedia”.
Al Nazareno la replica è arrivata a inizio settimana da Igor Taruffi, responsabile Organizzazione e braccio destro della segretaria, che su SkyTg24 ha ridotto lo Statuto a una riga: il candidato a Palazzo Chigi è la segretaria, anche se il costituzionalista Stefano Ceccanti ha ricordato a Open che la norma dice altro e che decide l’Assemblea. Solo che nel Pd vince l’aritmetica. All’Assemblea del 14 dicembre 2025, quella in cui il presidente del partito Stefano Bonaccini ha portato la sua Energia popolare in maggioranza, la relazione di Schlein è passata con 225 voti favorevoli e 36 astenuti. Con numeri così una porta si chiude senza nemmeno sbatterla.
Il silenzio di Roma
E ai gazebo? La segretaria del avrebbe poco da temere, secondo il sondaggio YouTrend per SkyTg24 condotto fra il 18 e il 22 settembre che la dà davanti a Conte con qualunque affluenza, al 38,6 per cento se ai gazebo va un terzo della base e al 31 se ne va la maggioranza. Uno scenario ribaltato, però, nell’ultima rilevazione Ipsos del 19 settembre scorso, che dà invece in vantaggio il leader M5S. La paura ha la forma delle liste: la proroga va votata in Assemblea e secondo Il Riformista le correnti puntano a farsela pagare con un direttorio sulle candidature, e ogni sfidante diventa un gettone da giocare al tavolo dove si compilano le liste.
Poi c’è chi a Coiano guardava più lontano del ballottaggio. Il ragionamento riferito all’Agi da un esponente della minoranza riguarda Roberto Gualtieri, sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia del secondo governo Conte, che se a Schlein le cose andassero male avrebbe margine e sponsor per prendersi la segreteria. Venerdì la direzione dovrebbe avviare il percorso della proroga. Il partito dei gazebo ci arriva così con una segretaria che non vuole sfidanti e una minoranza che si candida per contarsi, e a votare per ora sono soltanto le correnti.