Egitto, non solo il caso Regeni: il Paese “amico” dove basta una notte per arrestare un’intera redazione

Sei giornalisti di Matsadaash arrestati nelle ore della sentenza Regeni, mentre da Praga Meloni difende i canali aperti col Cairo

Egitto, non solo il caso Regeni: il Paese “amico” dove basta una notte per arrestare un’intera redazione

Al Cairo, per spegnere un giornale, bastano una notte e qualche ora di straordinario. Tra la sera di lunedì 28 settembre e il giorno dopo le forze di sicurezza egiziane hanno prelevato, nelle case di più governatorati e per strada, i sei giornalisti di Matsadaash, piattaforma di inchiesta e verifica dei fatti nata nel 2018: Mohamed Ashraf Abu Emeira, Abdallah Qadry, Islam Barakat, Omar Helal, Mohamed Mahmoud e Mohamed Adel, cioè l’intera redazione, in una testata il cui nome significa “non crederci” e che il regime egiziano ha preso come un affronto personale.

Secondo l’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), l’organizzazione per i diritti umani i cui avvocati difendono tutti e sei, gli agenti non hanno mostrato mandati e hanno sequestrato telefoni e computer anche ai familiari. Poi si sono rifiutati di dire dove portavano i sei giornalisti, che da allora non possono parlare con i loro legali né con le loro famiglie. Il 1° ottobre il ministero dell’Interno ha ammesso gli arresti parlando di notizie “fabbricate” e di legami con i Fratelli musulmani, la formula che al Cairo si appiccica a chi disturba, senza indicare un capo d’accusa né un luogo di detenzione. Per Index on Censorship è la prima volta che le autorità egiziane arrestano un’intera redazione. Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ) i giornalisti in carcere in Egitto sono 25, e sei di quei venticinque sono entrati nel conto nel giro di un giorno.

La sera della sentenza

L’orologio conta. Lo stesso lunedì la Corte d’Assise di Roma aveva condannato in primo grado a dieci anni tre agenti degli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore rapito al Cairo nel 2016 e ritrovato morto, processati in assenza perché l’Egitto non ha mai voluto dire all’Italia dove vivessero quegli agenti. Nelle stesse ore degli arresti il ministro degli Esteri Antonio Tajani spiegava che «non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone», distinzione da manuale che a quella latitudine suona come un lasciapassare.

Martedì, da Praga, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha completato il quadro: il governo ha usato «tutti i canali» con il Cairo, e lei dubita che chiuderli avvicini la verità. Canali aperti, appunto. Aperti a senso unico, però: da Roma partono auspici di verità e giustizia, dal Cairo in dieci anni non è arrivato nemmeno il domicilio di un imputato.

Sempre schierati, a seconda del Paese

Gli affari, del resto, vanno benissimo. Il 3 settembre Tajani era da Abdel Fattah al-Sisi con i ministri dell’Ambiente e del Lavoro e un Business Forum di oltre cento aziende italiane, in una missione che la Farnesina dedicava al partenariato fra Italia ed Egitto, forte di un interscambio salito nel 2025 a 5,9 miliardi di euro, più 11,7% sull’anno prima. Nel marzo 2024 Meloni era volata al Cairo con Ursula von der Leyen per firmare il partenariato strategico Ue-Egitto da 7,4 miliardi fino al 2027. E l’Egitto resta, come ha scritto l’Ansa citando fonti di governo, un Paese “decisivo”.

Eppure la frase giusta Tajani l’aveva già scritta. Nell’ottobre 2024, quando un tribunale russo emise un mandato d’arresto per due inviati del Tg1, parlò su X di “persecuzione nei confronti della libertà di stampa” e garantì un governo “sempre schierato a difesa del diritto a una informazione indipendente”. Sempre, certo, salvo verificare prima il Paese. Per i sei di Matsadaash quella riga, a oggi, non è arrivata.

Al Cairo per chiudere una redazione basta una notte. A Roma la presidente del Consiglio, per avere ragione di Roberto Saviano, ha dovuto aspettare quasi tre anni di processo e accontentarsi di una multa da mille euro. Forse è questo che rende al-Sisi un amico così caro: sbriga in una notte la pratica che da noi passa ancora da un giudice.