Centosettantotto contro centosettantadue: con sei voti di scarto, venerdì scorso, il Congresso dei deputati spagnolo ha affossato il primo dei due decreti sulla casa del governo di Pedro Sánchez, quello che sospendeva gli sfratti delle persone vulnerabili senza alternativa e concedeva agli inquilini una proroga dei contratti fino a due anni, e a votare contro sono stati il Partido Popular, Vox e gli indipendentisti catalani di Junts. Il secondo è caduto subito dopo, 184 no contro 166 sì. Fuori dall’aula gridavano «vergogna» e «sciopero generale».
I decreti portavano il nome di Maricarmen, la donna di 87 anni sfrattata a fine settembre a Madrid dalla casa in cui viveva da decenni, e da quello sfratto è partito un movimento che il 26 settembre ha portato in piazza 25.000 persone secondo la Delegazione del governo, 300.000 secondo il Sindicato de Inquilinas, e che lo scorso fine settimana ha convocato cortei in oltre 50 città. Secondo l’Associated Press l’affitto medio in Spagna è quasi raddoppiato in dieci anni. Dopo il voto Sánchez ha deciso per il ritorno anticipato alle urne il 29 novembre. In Spagna, insomma, la casa è diventata la questione che fa cadere un governo.
Affitti brevi: il commissario che citava Madrid
Martedì a Strasburgo è arrivato in Plenaria l’Affordable Housing Act, il regolamento presentato dalla Commissione europea il 9 settembre per dare a sindaci e governi uno strumento contro affitti brevi, seconde case e alloggi sfitti nelle zone sotto pressione, e il commissario europeo all’Energia e alla Casa Dan Jørgensen, presentandolo, aveva scelto proprio la capitale spagnola come esempio, con affitti saliti del 75 per cento in dieci anni, come riportava Eu Perspectives.
Il testo lascia ogni amministrazione libera di restare ferma. Chi vuole limitare gli affitti brevi deve prima dimostrare che hanno colpito in modo significativo l’accesso alla casa per almeno tre anni, e in aula Jørgensen ha concesso perfino che affitti brevi, seconde case e immobili sfitti «non sono la causa principale» della crisi. Più prudenti di così si muore di prudenza.
Eppure i popolari hanno chiesto di «rivedere profondamente il testo» e la destra lo ha trattato come un esproprio. Antonella Sberna (FdI-Ecr) ha detto che la Commissione «ha scelto lo strumento sbagliato» e ha indicato come modello quelli del governo Meloni, Isabella Tovaglieri (Lega-Pfe) ha spiegato che l’emergenza «non si risolve cancellando la proprietà privata», che il regolamento del resto nemmeno sfiora, Marco Falcone (FI-Ppe) ha invitato il commissario a «concentrarsi sulle reali priorità» e perfino Elisabetta Gualmini, da Renew, ha reclamato «meno ideologia». Già alla presentazione, come aveva scritto Sberna parlava di “un atto illiberale” e Tovaglieri di “follia inaccettabile”. Per un permesso con l’onere della prova a carico dei sindaci.
La stessa famiglia
Il partito che venerdì ha affossato i decreti a Madrid siede a Strasburgo nello stesso Partito popolare europeo di Forza Italia, e la ricetta dell’Eurocamera sulla casa, il rapporto della commissione speciale votato il 10 marzo, porta la firma di un popolare spagnolo, Borja Giménez Larraz: costruire di più, semplificare, attirare gli investitori privati, come aveva ricostruito Eunews. Dopo il voto il leader del Pp Alberto Núñez Feijóo ha liquidato i decreti come una scusa per aiutare Sánchez e ha aggiunto che a Natale nessuno vuole il premier, secondo il resoconto dell’Espresso.
Solo che in quelle piazze si chiedeva di restare subito nella casa in cui si vive, e lo si chiedeva a una destra che a Madrid ha tolto la proroga agli inquilini e a Strasburgo vuole togliere ai sindaci perfino il permesso di provarci. Sei voti sono bastati a Madrid. A Strasburgo popolari e patrioti contano ancora di arrivare a Natale con le chiavi in tasca.