Trump parla di pace, ma deride l’Iran: “Non so neanche chi guida il Paese”. E intanto il Wall Street Journal rivela che il Pentagono si appresta a riprende la guerra

Trump parla di pace, ma deride l’Iran: "Non so neanche chi guida il Paese". E intanto il Wall Street Journal rivela che il Pentagono si appresta a riprende la guerra

Trump parla di pace, ma deride l’Iran: “Non so neanche chi guida il Paese”. E intanto il Wall Street Journal rivela che il Pentagono si appresta a riprende la guerra

Dalle dichiarazioni secondo cui l’Iran è stato sconfitto alle nuove minacce di riprendere le ostilità. Donald Trump continua a dire tutto e il contrario di tutto, riuscendo spesso e volentieri a cambiare idea nel volgere di poche ore. Una dinamica che si ripete con preoccupante frequenza e che, nel caso della guerra contro l’Iran, non lascia presagire nulla di buono, mentre la ripresa delle ostilità sembra diventare sempre più probabile.

Minacce e provocazioni, Trump spaventa Khamenei

Del resto, il presidente degli Stati Uniti da giorni continua a deridere la leadership iraniana. Commentando lo stallo delle trattative diplomatiche, Trump ha ribadito che “il problema più grande è che nessuno sa chi governa l’Iran”. Se così fosse, c’è da chiedersi con chi gli Stati Uniti stiano trattando, visto che da mesi il tycoon non fa che ripetere che i negoziati procedono, alternando fasi considerate più positive ad altre decisamente meno incoraggianti.

Quel che è certo è che Trump sente di avere la vittoria in tasca e, per questo, nelle ultime ore le sue dichiarazioni si sono fatte ancora più sprezzanti. Parlando dello Stretto di Hormuz, ha sostenuto che ormai “appartiene agli Stati Uniti d’America e alla Marina degli Stati Uniti”, affermando, durante un evento elettorale in Maryland, che ciò sarebbe evidente dal fatto che “attraversano lo Stretto più navi” di quante ne passassero prima del conflitto.

Poi, sempre nel corso dello stesso evento in vista delle elezioni di midterm, ha dichiarato: “Dobbiamo finire il lavoro (con l’Iran, ndr), è soltanto una questione di come: vogliamo farlo con le buone o con le cattive? Lo scoprirete molto presto”. Parole sibilline che sembrano alludere alla possibilità di nuovi e potenti raid contro l’Iran. Che le cose stiano così sembra suggerirlo lo stesso Trump, quando poco dopo ha affermato che Teheran “non dispone più di forze armate” e che lì “è tutto a pezzi”.

Il piano d’attacco degli Stati Uniti contro l’Iran

Insomma, parole tutt’altro che concilianti. Anzi, le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti sembrano preludere a una possibile ripresa delle ostilità. Una tesi che trova elementi a sostegno anche in un articolo del Wall Street Journal che, citando fonti a conoscenza del dossier, riferisce che il piano statunitense per una nuova offensiva contro il regime di Mojtaba Khamenei sarebbe già pronto. A riprova di ciò, il quotidiano americano fa notare che il Pentagono starebbe inviando in Medio Oriente una terza portaerei, navi di supporto e caccia.

Come se tutto ciò non bastasse, gli Stati Uniti si preparerebbero inoltre a inviare altri 9.000-10.000 soldati, così da essere pronti a colpire l’Iran qualora venisse ordinata una nuova offensiva. Azioni con cui, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano americano, il presidente degli Usa sarebbe convinto di poter “chiudere le ostilità in fretta”, portando alla definitiva sconfitta del regime iraniano. Certo, l’eventuale trasferimento di ulteriori risorse militari sarebbe un segnale evidente della possibile ripresa delle ostilità. Non si può però escludere, sebbene questa ipotesi appaia meno probabile, che si tratti anche di uno stratagemma per aumentare la pressione sull’Iran e costringerlo ad accettare un accordo di pace. Dal canto suo, il regime iraniano continua a ribadire di essere pronto a trattare, ma soltanto se gli Stati Uniti accetteranno le sue condizioni.

Le richieste inaccettabili di Teheran

Tra queste spiccano la richiesta di riaprire lo Stretto di Hormuz e di sbloccare i fondi iraniani, lasciando la questione del nucleare ai successivi incontri. Una posizione che difficilmente potrebbe essere accolta da Trump, perché rischierebbe di trasformarsi in una sostanziale ammissione del fallimento della sua campagna militare. E così, mentre da una parte i mediatori del Qatar e degli altri Paesi coinvolti negli sforzi diplomatici cercano ancora una via d’uscita per evitare una nuova escalation, dall’altra gli Stati Uniti sembrano prepararsi all’eventualità di tornare a colpire l’Iran. Portaerei, navi, caccia e migliaia di soldati in movimento raccontano infatti una storia molto diversa da quella dei negoziati.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: Trump sta davvero cercando un accordo con Teheran oppure sta semplicemente preparando il terreno per una nuova offensiva? La risposta potrebbe arrivare molto presto. E, se la diplomazia dovesse fallire, il rischio è che alle minacce e alle provocazioni seguano nuovamente le bombe.