Per far approvare una legge che ha voluto chiamare Stabilicum, il governo Meloni ha messo in palio la propria sopravvivenza tre volte in due giorni, e il bersaglio delle tre questioni di fiducia votate martedì e ieri alla Camera dei deputati sedeva nei banchi della sua stessa maggioranza. Sulla fiducia si vota per appello nominale, a viso scoperto. A luglio, nel segreto dell’urna, l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze era caduto per un voto, 188 a 187, con una parte della destra a votare contro la premier. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 16 settembre l’ha chiamata «un fatto di chiarezza». È una conta dei suoi, ed è umiliante.
Il conto lo ha fatto Pagella Politica: dal 22 ottobre 2022 l’esecutivo ha posto 130 questioni di fiducia, una ogni 11 giorni, e dal 2008 hanno fatto peggio soltanto i governi di Mario Monti e Mario Draghi, con una fiducia ogni 8 e ogni 10 giorni. Erano governi tecnici retti da maggioranze cucite fra partiti che il giorno prima si combattevano, e la fiducia teneva insieme la stoffa. Meloni guida invece la coalizione che ha vinto le elezioni del 25 settembre 2022, eppure fra i governi sostenuti da maggioranze politiche è la prima, ha calcolato ancora Pagella Politica, davanti al secondo governo di Giuseppe Conte.
Governo record di fiducie
Sulle fiducie altrui la destra ha scritto una piccola antologia, e Pagella Politica l’ha messa in fila: il 7 maggio 2014 Meloni accusava il governo di Matteo Renzi con un “Renzi imbavaglia il Parlamento” alla sesta fiducia in tre mesi, mentre il quarto governo di Silvio Berlusconi, di cui era stata ministra, nei primi tre mesi del 2008 ne aveva chieste 5; il 30 aprile 2015, sull’Italicum, il capogruppo Fabio Rampelli (FdI) bollava come «pacchiano» il ricorso alla fiducia e il deputato Gaetano Nastri (FdI) avvertiva l’aula che «l’abuso dello strumento della fiducia denuncia una debolezza politica gravissima». Rampelli oggi è vicepresidente della Camera, e la debolezza politica gravissima ha solo cambiato indirizzo.
Il 10 ottobre 2017, quando Paolo Gentiloni blindò il Rosatellum, Ignazio La Russa (FdI) alzò in aula un cartello con scritto “Hablamos?” e, secondo le ricostruzioni di Pagella Politica e de La Notizia, Meloni trovava “semplicemente scandaloso” approvare con la fiducia una legge elettorale “impedendo al Parlamento di discutere”, e chiedeva dove fosse il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Russa oggi presiede il Senato. Il 21 settembre 2021, davanti a 4 fiducie di Draghi in 48 ore, la leader di FdI ripeteva, registrò Pagella Politica, che «il Parlamento è mortificato».
Le fiducie di Draghi, con dentro i ministri
Gli alleati hanno una memoria ancora più corta. Lega e Forza Italia, i partiti guidati da Matteo Salvini e Antonio Tajani, sedevano con i loro ministri proprio nell’esecutivo Draghi, quello da un voto blindato ogni dieci giorni. Il Post raccontò che nell’ottobre del 2014, durante la fiducia al Jobs Act, il capogruppo Gian Marco Centinaio (Lega) lanciò il regolamento addosso al presidente del Senato Pietro Grasso. Nel 2021 Centinaio è diventato sottosegretario all’Agricoltura di Draghi e dal 2022 è vicepresidente di Palazzo Madama.
Il precedente che pesa di più però è un altro. Nel 2017 fu il capogruppo del Partito democratico Ettore Rosato a chiedere la fiducia sul Rosatellum per sottrarre il testo ai franchi tiratori nei voti segreti sugli emendamenti, cioè per la stessa ragione che oggi muove la premier: allora era la fragilità di un accordo trasversale, adesso è quella di una maggioranza che ha vinto le elezioni e teme i suoi stessi eletti. Nastri, del resto, la diagnosi l’aveva già scritta.
Così il voto finale, a scrutinio segreto, rimaneva l’unico passaggio della settimana in cui i deputati della destra potevano dire cosa pensano della legge della loro presidente del Consiglio senza che nessuno li conti. Hablamos, appunto: al buio.