Dopo oltre quattro anni di combattimenti, la pace in Ucraina resta un tabù. Del resto, i negoziati di pace sono fermi al palo da mesi, malgrado Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky ripetano spesso di voler concludere il conflitto senza, però, tradurre le parole in fatti.
A confermare quanto le parti restino lontane da una vera trattativa è il Segretario di Stato americano Marco Rubio, che in un’intervista al quotidiano eKathimerini ha gelato le speranze di pace affermando che “attualmente non sembrano esserci prospettive di una soluzione negoziata. Siamo pronti a svolgere qualsiasi ruolo possibile per far sì che ciò accada”.
“Purtroppo, sembra che il conflitto stia entrando nel suo quinto anno, cosa che non rientrava nei piani iniziali. Non credo che questo fosse il piano di Putin per la guerra; le cose non sono andate come lui aveva previsto. E credo che la situazione attuale sia, sfortunatamente, quella di uno stallo strategico, il che rappresenta un pericolo”, ha insistito il capo della diplomazia americana. Il pericolo, spiega Rubio, consiste nel fatto che “gli stalli strategici si sbloccano solo in due modi: attraverso un accordo negoziato, oppure tramite un’escalation da parte di una delle due fazioni o di entrambe che finisce per estendersi oltre i confini del conflitto originario”.
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Guerra Ucraina, cresce il rischio di escalation
La cosa peggiore è che, se la pace resta lontana, ad avvicinarsi è l’ipotesi di un’ulteriore escalation. A dirlo è ancora Rubio, secondo cui gli Stati Uniti “condividono la preoccupazione sulla possibilità che il conflitto si intensifichi in modo da coinvolgere altri Paesi e forse trasformarsi in un conflitto più ampio”. In particolare, il fedelissimo di Donald Trump ha detto che la preoccupazione maggiore è che “un’operazione di sabotaggio in un Paese confinante possa sfuggire al controllo”, dando luogo a un allargamento del conflitto.
Che i negoziati siano fermi lo ha confermato anche il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, secondo cui “Mosca e Washington non hanno ancora raggiunto un accordo su una conversazione telefonica tra il presidente russo Vladimir Putin e il leader statunitense Donald Trump” e non è chiaro neanche quando la conversazione potrebbe avere luogo.
In questo scenario di tensione, a scaldare ulteriormente gli animi c’è l’indiscrezione della rete tv lituana LRT, secondo cui il ministro degli Interni lituano Martynas Katelinas ha chiesto al ministro della Difesa di schierare l’esercito al confine con l’exclave russa di Kaliningrad, in risposta al recente deterioramento della situazione della sicurezza nella regione e alle notizie di una possibile mobilitazione in Russia. La misura è stata definita “preventiva” e la situazione al confine è stata descritta come attualmente calma, ma è chiaro che l’area si sta pericolosamente surriscaldando.
Una mossa, quella lituana, che ha fatto infuriare la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui Mosca “considera un atto ostile il potenziale dispiegamento di ulteriori contingenti Nato, comprese le forze statunitensi, e lo sviluppo delle relative infrastrutture militari nei Paesi baltici”. La stessa ha ribadito che la Russia non sta pianificando un conflitto armato con l’Europa, ma risponderà in caso di “aggressione” da parte dei Paesi europei.
Mosca attacca, Kiev risponde
Davanti al clima che si infiamma, in Ucraina si continua a combattere e gli ultimi giorni sono stati a dir poco pesanti. Ieri le forze armate russe hanno colpito due autobus di linea a Kramatorsk, causando almeno 30 morti e 18 feriti. Il bilancio è stato reso noto dalle autorità ucraine ed è in continuo aggiornamento. Il raid ha provocato una strage di civili e ha spinto le autorità a sospendere i servizi di trasporto pubblico a Kramatorsk e Sloviansk. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha condannato l’attacco, accusando la Russia di continuare a colpire la popolazione civile.
Dal canto suo, l’esercito ucraino non è rimasto a guardare e nella notte ha colpito un centro dati del gigante informatico russo Yandex nella regione di Ryazan e una raffineria di Gazprom a Salavat, in Bashkiria. Attacchi e contrattacchi che, uniti allo stallo diplomatico, dimostrano come la strada per la pace sia ancora lunga e irta di ostacoli.