“Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump”. Navi Pillay ha accolto il Nobel per la Pace 2026 con una battuta. L’ha pronunciata a Norimberga, nell’aula del Tribunale che giudicò i gerarchi nazisti, e l’ha rilanciata su X la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard: “Non riesco a immaginare un simbolo più forte del suo premio Nobel”, ha commentato.
Un Nobel per seppellire le polemiche del premio alla Machado
Il riferimento della giudice è al Nobel per la Pace dell’anno scorso, quando la venezuelana María Corina Machado, decise di consegnare la sua medaglia a Donald Trump, per lei vincitore morale del premio, dopo che gli Stati Uniti avevano sequestrato Nicolás Maduro. Un gesto simbolico, ma assai divisivo, che aveva attirato molte critiche sulla scelta di Oslo. Quest’anno è stata tutta un’altra storia.
“Dev’essere uno scherzo”
La notizia Pillay l’ha saputa con qualche difficoltà. Il Comitato non riusciva a contattarla, tanto che il presidente Jørgen Watne Frydnes ha lanciato un appello pubblico: “Se vede un numero norvegese, per favore risponda”. Lei, quando ha saputo, ha pensato: “Dev’essere uno scherzo”.
Nel suo primo discorso da premiata è tornata sul lavoro più discusso della sua carriera recente: “L’ultima cosa che ho fatto è stata il rapporto su Gaza, in cui definisco ciò che sta accadendo lì come un genocidio. Una delle reazioni principali è stata rendermi omaggio per il mio coraggio. Perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità?”. Il suo metodo, ha spiegato, è quello del giudice: “Si interpreta la legge, si esaminano tutti i fatti”. Poi un’altra battuta: “Essendo avvocato e giudice, desidero comunque verificare le vostre affermazioni”.
Il neo-premio Nobel è nata il 23 settembre 1941, in un sobborgo povero di Durban. Il padre guidava gli autobus, i nonni erano arrivati dall’India del Sud per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Era la quinta di otto figli e ha potuto studiare anche grazie all’aiuto della comunità indiana locale, in cui molte delle sue coetanee erano già sposate o promesse spose. Si è laureata nel 1965 in un’università dove l’apartheid separava gli studenti anche a lezione. Nel 1967 è stata la prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal.
La difesa di Mandela e poi Harvard
Per 28 anni ha difeso oppositori dell’apartheid e prigionieri politici. Tra loro c’era Nelson Mandela. Nel 1973, con Mandela detenuto a Robben Island, ottenne che per la prima volta ai detenuti politici fosse riconosciuto il diritto di accedere a un avvocato. Nel 1995 fu Mandela, ormai presidente, a nominarla giudice dell’Alta Corte: la prima donna non bianca a ricoprire l’incarico.
“La prima camera di un giudice in cui sono entrata è stata la mia”, ha raccontato, perché ai non bianchi era vietato perfino entrare nell’ufficio di un magistrato. Nel frattempo, nel 1988, era diventata la prima sudafricana a ottenere un dottorato in giurisprudenza ad Harvard.
Il Tribunale internazionale per il Ruanda
Poi la giustizia internazionale. Nel 1995 l’Assemblea generale dell’Onu la nominò giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui fu per quattro anni l’unica donna e dal 1999 al 2003 presidente. Lì contribuì alle sentenze che hanno riconosciuto per la prima volta che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire atti di genocidio e crimini contro l’umanità.
Dal 2003 al 2008 è stata giudice della Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 è stata Alta commissaria Onu per i diritti umani. È anche cofondatrice di Equality Now, organizzazione per i diritti delle donne.
Infine Gaza, “dove è in corso un genocidio”
Infine Gaza. Pillay ha presieduto la Commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sui Territori palestinesi occupati e Israele, che il 16 settembre 2025 ha concluso che le autorità israeliane hanno commesso atti di genocidio contro i palestinesi della Striscia. Quell’anno ha lasciato la presidenza.
Oggi è giudice ad hoc, designata dal Gambia, nel processo davanti alla Corte internazionale di giustizia in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro i rohingya. Per Oslo, il premio riconosce il suo ruolo nel far perseguire crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidi.
“Tutti mi chiedono: ‘Quando smetterai?’. Ho compiuto 85 anni il mese scorso. Non posso smettere, ovviamente…”.