Sappiamo che un quattordicenne, per Giorgia Meloni, va presunto capace di intendere e di volere. Il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che rovescia l’onere della prova sull’imputabilità dei minori e la presidente del Consiglio l’ha spiegato in video con il tono del padre severo: chi aggredisce «deve pagare sempre». Peccato che lo stesso governo, davanti al conto che lascia proprio a quei ragazzi, si sia scritto una legge per misurarlo e abbia avuto cura di lasciarne fuori, come regola, lo strumento con cui lo governa.
Parliamo della valutazione di impatto generazionale, la Vig, che sta nell’articolo 4 della legge 167 del 10 novembre 2025 e chiede di stimare gli effetti sociali e ambientali degli atti normativi del governo sui giovani e sulle generazioni future, esclusi i decreti legge, che rientrano solo con “effetti significativi” misurati su criteri ancora da scrivere. Al 29 settembre, secondo il contatore di Openpolis, l’esecutivo ne aveva emanati 143, una media di 3 al mese, e fra quelli c’è anche il decreto Caivano, il numero 123 del 2023, scritto proprio sul disagio giovanile, che oggi entrerebbe nella valutazione soltanto se lo decidessero criteri che però purtroppo non esistono.
A maggio, al Festival dell’Economia di Trento, il governo prometteva che «ogni nuova norma approvata» avrebbe misurato il suo peso sui giovani. Ogni norma, salvo quelle che contano.
Il resto è fermo. La legge dava 180 giorni per il regolamento con criteri e modalità, e l’Ufficio valutazione impatto del Senato ha fatto il conto: scadenza il 29 maggio 2026, solo che a luglio lo schema è arrivato per il parere al Consiglio di Stato, come ha scritto ItaliaOggi, e ancora ieri su lavoce.info Marta Bisol e Luigi Capoani registravano un iter non concluso.
Il conto già scritto
Intanto il conto corre. Alla fine del primo trimestre del 2026 il debito pubblico valeva il 138,9 per cento del Pil, secondo nell’Unione europea dopo la Grecia. Lo dice Eurostat, che fissa anche a 30,2 anni l’età media in cui un giovane italiano lascia la casa dei genitori, contro i 26,3 della media europea.
Il Future Paper curato dal direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) Enrico Giovannini e da Raffaela Milano di Save the Children aggiunge che in vent’anni la povertà assoluta minorile è quasi triplicata fino a circa 1,3 milioni di ragazzi, oltre il 13 per cento contro il 6,4 degli over 65, e che secondo l’Ocse il reddito dei 55-64enni supera del 13,8 per cento quello dei millennial.
E la Corte costituzionale, nella sentenza 120 del 2024, ha già scritto che il risanamento dei conti non si può rinviare scaricando sulle generazioni future il peso delle gestioni inefficienti. La famiglia, qui da noi, si proclama dal palco ma poi si paga a rate dai figli.
Padri senza firma
Dove la valutazione funziona invece qualcuno la usa contro chi governa. In Germania il centro indipendente Kompetenzzentrum Jugend-Check ha esaminato oltre 500 proposte di legge fra il 2017 e il 2024 e in Austria le previsioni vengono confrontate con i risultati entro cinque anni. In Francia la clausola non è vincolante e le valutazioni sono rimaste rare.
Le dieci raccomandazioni di ASviS e Save the Children chiedono di rendere la Vig tempestiva “specialmente nel caso di decreti-legge”, cioè esattamente lì dove la legge del governo l’ha ridotta a un’eccezione. Bisol e Capoani in un loro articolo per lavoce.info chiedono che il Parlamento la usi anche sugli emendamenti, per costringere chi decide a dire chi incassa e chi paga.
Il padre severo, insomma, pretende che a quattordici anni si risponda di quello che si fa e intanto consegna ai figli un debito da 138,9 punti di Pil insieme a una fabbrica di decreti che nessuno deve misurare. Si deve pagare sempre, dice la presidente del Consiglio. In questa casa paga sempre il più giovane.