Media Freedom Act: al Tar la class action contro il sistema di governance Rai. Intanto l’Agcom multa Rete4: sbilanciamento sul referendum

Al Tar il ricorso sul mancato rispetto del Media Freedom Act. La class action di Generazioni Future anche per la restituzione del canone

Media Freedom Act: al Tar la class action contro il sistema di governance Rai. Intanto l’Agcom multa Rete4: sbilanciamento sul referendum

Il Media Freedom Act, il regolamento europeo sulla libertà dei media, si dovrebbe applicare obbligatoriamente in tutti i Paesi membri, già da agosto 2025. Un condizionale d’obbligo, visto che la governance della Rai è rimasta quella di prima, scelta secondo i criteri partitici decisi dalla riforma Renzi. 

Un vulnus che stamattina il Tar del Lazio sarà chiamato ad analizzare. I giudici amministrativi discuteranno infatti il ricorso con il quale l’associazione Generazioni Future ha chiesto di dichiarare illegittimo l’attuale sistema di governo di Viale Mazzini.

La class action guidata da Mattei

Si tratta di una class action pubblica contro la Rai e il ministero delle Imprese e del Made in Italy, promossa da 11 ricorrenti tra persone fisiche e giuridiche. A guidarla è Ugo Mattei, giurista e presidente dell’associazione.

“Ci aspettiamo una declaratoria del Tar, una dichiarazione giuridica che definisca la Rai illegale perché non ha recepito le norme dell’European Media Freedom Act”, ha spiegato Mattei al Fatto. “Mentre il ceto politico chiacchiera, la cittadinanza si attiva provando a mettere in moto il diritto”, aveva aggiunto. Il suo giudizio sull’attuale gestione del resto è netto: “è completamente partitocratica”.

Il fulcro è l’art. 5 che assicura ai media pubblici l’indipendenza

Il punto di partenza è l’articolo 5 del regolamento reso obbligatorio da Bruxelles. I media di servizio pubblico devono essere indipendenti sul piano editoriale e funzionale, e i loro vertici vanno scelti con procedure “trasparenti, aperte” e basate su criteri oggettivi. Il regolamento non esclude del tutto il coinvolgimento delle istituzioni politiche nelle nomine: il punto è se le garanzie previste bastino ad assicurare l’indipendenza.

Oggi il cda della Rai ha sette componenti. Quattro li elegge il Parlamento, due li indica il governo attraverso il Mef, uno lo eleggono i dipendenti.

La difesa di TeleMeloni: “Non spetta a noi recepire il regolamento, ma alla politica”

La Rai sostiene che recepire le norme europee non sia compito dell’azienda, e che della riforma si stia occupando il Parlamento. Un’obiezione alla quale Mattei risponde che il regolamento è direttamente applicabile: il cda “avrebbe dovuto riunirsi e votare un nuovo statuto”, sostiene il giurista, “senza aspettare i partiti”. Bocciato anche il testo atteso in Senato: secondo Mattei “gioca sulla traduzione” della parola inglese “government”, come se il divieto riguardasse solo l’esecutivo e non anche il Parlamento. “Se la riforma sarà questa, non si risolve nulla”.

In 3mila vogliono indietro il canone Rai

C’è poi una seconda fase, quella che interessa di più agli utenti. Generazioni Future dice di avere 3.056 cittadini pronti a chiedere la restituzione del canone, i 90 euro l’anno pagati in bolletta che Mattei chiama “una sorta di tassa a TeleMeloni”. Tuttavia, un’eventuale sentenza favorevole non porterebbe automaticamente al rimborso: servirebbero altri passaggi giudiziari e presupposti specifici.

Come alternativa, Mattei propone di applicare l’articolo 43 della Costituzione e affidare la Rai a “comunità di lavoratori o di utenti”.

Multa dell’Agcom a Rete 4 per gli spazi squilibrati prima del Referendum

Sempre sul fronte dell’informazione tv, ma lato Mediaset, ieri l’Agcom ha multato Rti per circa 124mila euro. Il motivo è lo spazio dato su Rete4 al sì al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo scorsi. Il 18 marzo l’Autorità aveva rilevato uno “squilibrio in danno della posizione contraria” e ordinato un “immediato ed effettivo riequilibrio” a favore del no entro il 20, ultimo giorno di campagna.

L’ordine era arrivato in particolare dopo una puntata di Quarta Repubblica con diversi interventi a favore del sì, tra cui quello di Giorgia Meloni. I dati del 15-20 marzo, però, mostravano che sul Tg4, soprattutto nei programmi fuori dal telegiornale, il tempo di parola “risultava ancora sbilanciato a favore della posizione sì”.

Rti si è difesa sostenendo di aver avuto solo due giorni per rimediare. Ha ricordato che il 19 marzo Dritto e Rovescio aveva ospitato il leader del M5s e che il 17 È sempre Cartabianca aveva intervistato la segretaria del Pd, con tempi e formati analoghi a quelli della premier. L’Agcom non ha accolto la difesa e ha sanzionato.