Si lavorerà di più e si guadagnerà di meno. Andare in pensione, dal prossimo anno, diventa più difficile e meno conveniente, a parità di contributi versati. Non per una nuova legge o un intervento del governo, ma tuttalpiù per un mancato intervento del governo. Lo stesso governo che prometteva di abolire la legge Fornero, ma che invece si è adeguato all’innalzamento dei requisiti per lasciare il lavoro con l’aumento della speranza di vita.
E così, oltre a dover aggiungere dal prossimo anno un mese per andare in pensione, anche gli assegni verranno tagliati proprio per una conseguenza indiretta dell’aumento della speranza di vita. Il decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia fissa i nuovi coefficienti di trasformazione pensionistica e conferma l’aumento di un mese dei requisiti per lasciare il lavoro: si passa a 67 anni e un mese per la pensione di vecchiaia mentre per la pensione anticipata servono 42 anni e un mese di contributi versati per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Poi, dal 2028, si aggiungeranno altri due mesi per tutti i requisiti.
Pensioni, di quanto vengono tagliati gli assegni dal 2027
Il taglio degli assegni, invece, dipende dalla revisione al ribasso dei coefficienti di trasformazione per il prossimo biennio. Che, a sua volta, dipende dal fatto che il sistema contributivo si basa sul principio che i contributi versati devono coprire la pensione per tutta la loro durata, una volta lasciato il lavoro. Se aumenta la speranza di vita, gli stessi soldi servono per coprire un periodo più lungo, considerando che ci si attende una vita più lunga. Il coefficiente, inoltre, risente anche dell’andamento effettivo del Pil di lungo periodo rispetto alle dinamiche dei redditi soggetti a contributi previdenziali.
La revisione incide maggiormente su chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e ha quindi una pensione interamente contributiva, dato che il ricalcolo riguarda solo la parte contributiva. Il coefficiente è sceso per il prossimo biennio, con pensione a 67 anni, da 5.575 a 5.514. La conseguenza è che, rispetto al 2026, con l’uscita anticipata a 64 anni, con redditi da 30mila euro, la pensione passa da 1.550 a 1.526 euro, con una perdita di 313 euro annui e un totale di 6.866 persi complessivamente di pensione negli anni. Per l’uscita a 67 anni, con lo stesso reddito, la perdita è di 29 euro al mese e 372 l’anno (7.254 in tutta la vita pensionistica). Se si lascia il lavoro a 71 anni la perdita mensile è di 39 euro, pari a 507 l’anno (per un totale di 8.112 euro). Più sale il reddito e maggiore è la perdita, fino a raggiungere i 676 euro l’anno per 40mila euro di reddito e addirittura 845 euro l’anno per redditi da 50mila euro.