Giorgia Meloni chiede un posto al tavolo, ma a Bruxelles la sedia italiana resta vuota. Venti giorni dopo aver contestato in Parlamento il formato ristretto di Francia, Germania e Regno Unito sull’Ucraina, la premier deve fare i conti con un altro vertice senza l’Italia. Ancora una volta, mentre si discute del futuro della guerra e della ricostruzione, il governo italiano resta fuori dal formato ristretto.
Vertice Nato-Usa con Parigi, Londra e Berlino. Ancora una volta l’Italia tagliata fuori
Era il 14 ottobre. Alla vigilia del Consiglio europeo, Meloni aveva denunciato il protagonismo del cosiddetto E3 e chiesto che i Ventisette individuassero “una figura autorevole, con il mandato di tutti” per rappresentare l’Europa. E se Parigi, Berlino e Londra pensavano di fare meglio da sole, almeno agissero “a nome di tutti e con un mandato ufficiale”. Il problema, assicurava la premier, non era “chi siede a quale tavolo”, ma a nome di chi. Una precisazione che oggi suona come una magra consolazione: al tavolo ci saranno ancora gli stessi, e senza l’Italia.
Roma non c’è, ignorati gli appelli di Giorgia
La Nato ha annunciato per questa settimana a Bruxelles consultazioni con Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito sui passi necessari per arrivare a una pace giusta e duratura in Ucraina. La Commissione europea ha poi confermato per oggi una riunione con Ucraina, Washington, i tre Paesi europei, Nato e Banca mondiale. Il confronto riguarderà la ricostruzione postbellica, la prosperità economica e le garanzie di sicurezza. Roma non compare nell’elenco dei governi partecipanti. Resta il dato politico dell’esclusione. Su un dossier che riguarda direttamente la sicurezza del continente, alcuni governi partecipano in prima persona alle consultazioni ristrette e quello italiano no.
Opposizioni in trincea
È proprio l’anomalia denunciata da Meloni poche settimane fa, senza che la sua protesta abbia modificato però la composizione del tavolo. Le opposizioni non perdono l’occasione per criticare l’irrilevanza del nostro governo. Giuseppe Conte sottolinea il paradosso di un esecutivo assente “dai tavoli che contano”, ma pronto a programmare, accusa il leader M5S, 14 miliardi in due anni di spese aggiuntive per armi e difesa. Per Stefano Patuanelli, vicepresidente pentastellato, l’Italia rischia di diventare una “spettatrice pagante”: contribuisce agli impegni economici e militari, ma non partecipa direttamente al confronto ristretto sul futuro dell’Ucraina. Un affondo che colpisce la distanza tra le ambizioni internazionali rivendicate da Palazzo Chigi e il peso negoziale effettivamente riconosciuto al Paese.
Ancora più duro Luca Pirondini, capogruppo M5S al Senato: l’Italia, osserva, è l’unico Paese europeo del G7 assente dal gruppo dei governi convocati. E accusa Meloni di accettare il riarmo senza ottenere un ruolo equivalente nella definizione delle scelte diplomatiche. È una valutazione politica, ma parte da un elemento verificabile: nell’elenco comunicato dalla Nato e dalla Commissione europea ci sono Parigi, Berlino e Londra, non Roma. La critica attraversa anche il Pd.
Alessandro Alfieri, capogruppo democratico nella commissione Esteri e Difesa del Senato, ritiene che l’E3 non possa rappresentare tutte le sensibilità europee sulla guerra. Propone perciò un E5, allargato a Italia e Polonia, e invita Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani a farsi sentire. Per Alfieri, chiedere unità europea non basta se i passaggi diplomatici restano riservati a pochi.
Galateo
La premier aveva ammonito che dividersi sui formati avrebbe regalato a Mosca l’immagine di un’Europa “infantile”. Ora il formato è rimasto quello contestato, con l’aggiunta degli Stati Uniti e degli organismi internazionali. Il problema non è il galateo delle sedie: è quanto l’Italia riesca davvero a pesare nella costruzione della pace. Per il momento, dopo le proteste in Parlamento, a Bruxelles la voce autonoma di Roma non è prevista.