Addio al premierato senza rimpianti. Adesso l’obiettivo di Meloni è il Quirinale

Meloni da tempo punta al Quirinale. Da qui si spiega l'abbandono del premierato che avrebbe svuotato i poteri del Capo dello Stato

Addio al premierato senza rimpianti. Adesso l’obiettivo di Meloni è il Quirinale

Era il 14 ottobre dello scorso anno quando il nostro giornale in un editoriale firmato dal direttore Antonio Pitoni, dall’eloquente titolo “Meloni con vista Quirinale”, si dava conto di una suggestione, riguardo le ambizioni della premier, che oggi sembra qualcosa di più. “ Se ufficialmente l’intenzione della presidente del Consiglio sarebbe quella di ricandidarsi alle politiche del 2027 per ottenere un secondo mandato a Palazzo Chigi, il vero obiettivo della prima premier italiana donna sarebbe quello di colorare di rosa, per la prima volta nella storia repubblicana, anche la poltrona del Quirinale”, scriveva il nostro direttore.

 

Una prova sarebbe stata l’abbandono di fatto della riforma del premierato. Il premierato prevede, se non uno svuotamento, un drastico ridimensionamento dei poteri del Presidente della Repubblica. Il che, data la spiccata propensione al comando di Giorgia Meloni, mal si concilierebbe con la corsa a una poltrona che ridimensionerebbe il suo ruolo, oscurandolo rispetto a quello di un premier eletto direttamente dai cittadini. L’abbandono del premierato dunque avvalora, oggi come ieri, la tesi sulle ambizioni di Giorgia al Colle.

Rivendicazione

Mai come ora la premier lo aveva scandito con maggiore chiarezza, mai così esplicitamente lo aveva rivendicato. Chi non è di sinistra “non è figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti” e quindi può legittimamente puntare anche al Colle più alto, ha detto lunedì. Sarebbe la chiusura del cerchio, quello che alcuni definirebbero lo sdoganamento definitivo della destra e che lei definisce invece l’affermarsi “di una cosa banalissima”. Cioè che, dopo la presidenza del Consiglio e il governo “pure più longevo” di oramai quasi tutti quelli del passato, la destra potrebbe esprimere “ottimamente” anche il Capo dello Stato. Che potrebbe essere, perché no, proprio lei stessa.

L’affondo delle opposizioni

“Meloni è stata chiarissima, l’obiettivo è il Quirinale, il potere, ed è un altro motivo per voler battere” le destre alle elezioni, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. L’obiettivo è “che vada non so se lei o La Russa direttamente al Quirinale”. Duro l’affondo del M5S. “Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale. Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: Siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale”, ha detto il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, che si dice pronto a ricorrere alla Corte Costituzionale.

“Noi pensiamo che Giorgia Meloni abbia definitivamente gettato la maschera, a Meloni non interessano i problemi degli italiani: i salari bassi, la sanità, la crisi climatica che stiamo vivendo, vuole il potere, adesso la presidenza della Repubblica. Vuole una legge elettorale fatta a misura su sé stessa”, ha detto Angelo Bonelli da Avs.

Sherpa al lavoro

Ieri nella sede di FdI, in via della Scrofa, c’è stata una riunione tra gli sherpa dei partiti di maggioranza sulla legge elettorale. Sul tavolo soprattutto il nodo legato alle preferenze sulle quali la premier Meloni continua a insistere, con il sostegno anche di Nm di Maurizio Lupi. Finora però ha pesato l’opposizione di Forza Italia e Lega. Al momento il modello che resta sul piatto è quello della Toscana con capolista bloccato e preferenze da segnare con una crocetta accanto al nome già indicato sulla scheda. Una soluzione che, di fatto, soprattutto in caso di vittoria del premio, fa eleggere anche con la preferenza quasi esclusivamente i partiti grandi. Restano, però, i dubbi degli alleati.

Slittamento lavori

Intanto si va verso uno slittamento dell’esame della legge elettorale nell’aula della Camera. Dopo l’incardinamento della scorsa settimana, infatti, era previsto che si entrasse nel vivo delle votazioni nelle sedute del 7 e 8 luglio. Tuttavia, due fattori farebbero propendere per uno spostamento in avanti di sette giorni: da una parte l’evento delle opposizioni che si terrà a Napoli mercoledì prossimo, dall’altra lo sciopero del 7 luglio e alcuni lavori all’altezza di Firenze previsti per il giorno successivo che potrebbero rendere particolarmente complicato l’arrivo dei deputati, soprattutto dal Nord. La decisione dovrebbe essere quindi formalizzata nella conferenza dei capigruppo che si terrà oggi.