Acque agitate in Albania. A Zvërnec, sulla laguna di Narta, le ruspe sono entrate in un’area protetta e nel fine settimana le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo una scogliera. Le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza, arrestato un agente e rimosso un capo della polizia locale. Poi, il 1° e il 2 giugno 2026, a Tirana, migliaia di persone hanno sfilato al grido «L’Albania non è in vendita» contro il resort di lusso da 1,4 miliardi di euro che Jared Kushner, genero di Donald Trump, vuole costruire fra qui e l’isola di Sazan. A far montare la rabbia ha contribuito anche Ivanka Trump, che aveva parlato di Sazan come di un’isola privata scoperta dalla coppia.
Il progetto di Affinity Partners, finanziato in larga parte da fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi, ha ottenuto lo status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, con una concessione che arriva a novantanove anni. Le cifre riportate parlano di migliaia fra camere e ville su centinaia di ettari di costa protetta. Lo Spak, la procura anticorruzione albanese, ha aperto un’indagine sulle modifiche del 2024 allo status protetto dei terreni attorno a Sazan e a Vjosa-Narta. Edi Rama però difende il progetto in Parlamento in parlamento: vuole fare dell’Albania una destinazione da invidiare nella regione, dice, e nega che il piano tocchi la riserva. Solo che il resort è la parte che si vede. Sotto c’è altro.
La rada di Valona
Sazan sta all’imbocco della baia di Valona, a cinque chilometri da Capo Linguetta. Dentro la stessa baia, a Orikum, c’è la base navale di Pasha Liman: la Turchia la ricostruì con l’accordo militare del 1992 e la marina turca ne ha diritto d’uso. A pochi chilometri, la società israeliana Elbit Systems ha riaperto la scuola di aviazione di Valona e con l’azienda di Stato KAYO assembla droni, mentre la vecchia fabbrica di rame di Rubik viene convertita in centro per la produzione di armi. Il 12 maggio 2026 un summit a Tirana ha radunato quaranta aziende israeliane. Del resto circa metà del bilancio della difesa albanese per il 2026 va in acquisti da Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Tre presenze militari diverse in una manciata di chilometri di costa.
E c’entra anche Israele
Perché la mossa albanese non è un caso isolato? Il 22 dicembre 2025 Israele, Grecia e Cipro hanno tenuto a Gerusalemme il decimo vertice trilaterale, e pochi giorni dopo, a Nicosia, hanno firmato il piano di cooperazione militare per il 2026: esercitazioni aeree e navali congiunte, l’addestramento delle forze speciali e l’ipotesi di una forza di reazione rapida, dichiaratamente per contenere la Turchia. È la spartizione del Mediterraneo orientale, che adesso lambisce l’Adriatico. Che Tel Aviv punti su quella costa anche a uno sbocco navale in funzione anti-turca resta da dimostrare: le carte oggi parlano di industria della difesa più che di una base. Eppure la traiettoria è quella, e Ankara la legge bene: il porto che presidiava da trent’anni oggi si ritrova accerchiato.
E l’Italia? Sazan fu italiana dal 1920 al 1947, il sasso che la Regia Marina presidiava per chiudere l’imbocco dell’Adriatico, ancora oggi visibile dal Salento nelle giornate limpide. Oggi Roma è il primo partner commerciale di Tirana, ci tiene tremila imprese, ha firmato il 13 novembre 2025 un accordo di cooperazione su dieci settori e ha promesso a Rama Nave Libra per pattugliare le coste albanesi. Eppure sulla rada di Valona il gioco vero, capitale americano, base turca, difesa israeliana, asse di Gerusalemme, si decide intorno a noi. L’Italia parla solo di sbarchi e tiene aperto il protocollo migranti firmato il 6 novembre 2023, impantanato fra ricorsi e una pronuncia dell’avvocato generale Ue dell’aprile 2026, con i centri di Shëngjin e Gjadër. Della costa che teneva fino a ottant’anni fa, ignara. La geopolitica, dalle parti di Palazzo Chigi, è una materia troppo complicata.