Almasri condannato a Tripoli: l’uomo che l’Italia arrestò, rilasciò e rimpatriò. Inflitti 7 anni e 4 mesi per tortura: lo stesso reato contestato dall’Aja

Tripoli condanna Almasri a 7 anni e 4 mesi per tortura. È l'uomo che il governo Meloni scarcerò e rimpatriò su un volo di Stato.

Almasri condannato a Tripoli: l’uomo che l’Italia arrestò, rilasciò e rimpatriò. Inflitti 7 anni e 4 mesi per tortura: lo stesso reato contestato dall’Aja

Il 21 giugno 2026 il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a 7 anni e 4 mesi per “aver violato i diritti dei detenuti”. Torture su dieci reclusi, uno morto sotto i maltrattamenti. I giudici libici hanno disposto anche la perdita della capacità giuridica e dei diritti civili per tutta la durata della pena. Da ieri Almasri non è più un sospettato: è un torturatore con una sentenza addosso. E quel torturatore l’Italia lo aveva preso, scarcerato e rispedito a casa su un aereo di Stato.

Riavvolgiamo il nastro. Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga, struttura controllata dalle Forze di Deterrenza Rada dentro l’apparato di sicurezza di Tripoli, era finito in manette a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Corte penale internazionale spiccato il giorno prima per crimini contro l’umanità e crimini di guerra: omicidio, tortura, stupro, violenza sessuale, fatti collocati dal 2015. Due giorni dopo era già libero. La convalida dell’arresto saltò davanti alla Corte d’appello di Roma, e il governo lo caricò su un volo Cai verso Tripoli. Pericoloso, spiegò il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Così pericoloso da meritare un passaggio aereo verso casa.

Cronologia di una figuraccia

Il 5 agosto 2025 il Tribunale dei ministri ha chiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere contro Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano: omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento, peculato (a vario titolo). Nelle novanta pagine i giudici scrivono che i tre hanno “scientemente e volontariamente” aiutato il ricercato a sottrarsi all’Aja, e indicano il movente nella paura di ritorsioni libiche. Eppure a febbraio, in Parlamento, lo stesso Piantedosi aveva escluso qualsiasi “pressione indebita” da parte di autorità straniere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, indagata e poi archiviata, ha rivendicato la collegialità della decisione del governo: ogni scelta concordata, dice.

E la Camera, il 9 ottobre 2025, ha chiuso la porta: niente processo, per nessuno dei tre. La maggioranza di centrodestra ha i numeri, 242 deputati su 400, e li ha usati fino in fondo. Tradotto in italiano corrente: lo Stato ha protetto chi aveva protetto un torturatore. Adesso il torturatore ha pure una condanna di un tribunale del suo Paese. Dove è stato rimpatriato con un volo di Stato pagato con i soldi dei contribuenti. Il favore italiano resta in piedi, intatto.

I soldi e il sistema

Mitiga è uno dei nodi di un sistema che l’Italia paga da anni. Il Memorandum Italia-Libia, firmato il 2 febbraio 2017 dal governo Gentiloni e prorogato in automatico il 2 novembre 2025 fino al 2028, finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti chi fugge e lo riporti nelle carceri dove si tortura. Tra il 2017 e il 2020 Roma ha speso in Libia 784,3 milioni di euro, secondo le stime raccolte da Internazionale. Quasi 100mila persone sono state riportate indietro fino al 2022, oltre 20mila solo dall’inizio del 2025: rispedite, una per una, negli stessi luoghi che hanno fatto da scenario ai reati per i quali Almasri è stato condannato.

Human Rights Watch ricorda che la Libia resta obbligata a cooperare con la Cpi in virtù del rinvio votato dall’Onu nel 2011. La giustizia che chiedeva Almasri l’ha trovato a Tripoli, mica a Roma. Federico Gianassi (Pd) lo dice senza giri di parole: persino la Libia ha fatto quello che il governo italiano ha rifiutato di fare. Augusta Montaruli (FdI) la gira al contrario, e sostiene che la condanna prova come Meloni avesse ragione a espellerlo. Due letture, una sola realtà documentata. L’Italia ha avuto tra le mani un uomo che torturava e lo ha riconsegnato ai suoi. Con timbro e firma del governo.