Altro che recupero del potere d’acquisto: in Italia crolla pure il reddito reale pro capite

L'Ocse smonta ancora una volta la narrazione del governo: mentre il reddito reale pro capite sale nell'area, crolla invece in Italia.

Altro che recupero del potere d’acquisto: in Italia crolla pure il reddito reale pro capite

L’ennesima smentita. Ancora una volta sono i dati a contraddire il racconto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del suo governo, che continua a vantarsi del recupero del potere d’acquisto in Italia. Un recupero che, semplicemente, non esiste. E a dimostrarlo sono gli ultimi dati dell’Ocse, che mostrano come il reddito reale pro capite delle famiglie stia aumentando nei Paesi che fanno parte dell’organismo, ma non in Italia. A fronte di un aumento dello 0,7% tra i Paesi Ocse nel quarto trimestre del 2025 (dopo il +0,3% registrato nel terzo trimestre), in Italia la situazione è invece ben diversa.

I dati Ocse: in Italia “forte contrazione” del reddito reale pro capite

L’organismo con sede a Parigi parla, riferendosi all’Italia, di “forte contrazione del reddito reale pro capite delle famiglie, che è diminuito dello 0,9% nel quarto trimestre” dello scorso anno dopo l’aumento dello 0,4% registrato nel trimestre precedente. La contrazione italiana è dettata principalmente dall’accelerazione dell’inflazione e dal calo dei redditi immobiliari, spiega l’Ocse. Sostanzialmente stabile, invece, la crescita del Pil reale pro capite, allo 0,3%.

Nei Paesi Ocse, invece, la crescita del Pil reale pro capite è stata dello 0,2%, quindi ben al di sotto della crescita complessiva del reddito reale pro capite. Quella italiana, invece, è una delle peggiori performance tra i Paesi avanzati. Tra i 20 Stati per i quali sono disponibili dati, sono 14 quelli in cui si è registrata una crescita del reddito reale delle famiglie, in quattro si ha una contrazione e in due la situazione è invariata. Tra le economie del G7, il dato è stabile allo 0,1%, ma con importanti differenze: si va dal +1,1% del Regno Unito (grazie soprattutto all’aumento delle retribuzioni e alla riduzione delle imposte), allo zero degli Stati Uniti.

A zero anche la crescita tedesca, ma sempre meglio rispetto all’Italia che registra una “forte contrazione”. Guardando a tutto il 2025, la crescita del reddito reale pro capite nell’area Ocse è stata dello 0,8%, in rallentamento rispetto al 2,1% dell’anno precedente. La crescita del Pil reale pro capite, invece, è rimasta stabile all’1,2%. L’aumento più evidente è quello registrato in Polonia (+4,1%), mentre la contrazione maggiore è quella austriaca (-1,8%).

E dal governo non arriva nessuna risposta

I dati sono chiari e la certezza è che, se il reddito reale pro capite scende, non si può di certo dire che il potere d’acquisto degli italiani sale. Eppure per il governo va tutto bene così e non serve un intervento concreto per provare a invertire la rotta. Per la ministra del Lavoro, Marina Calderone, la risposta migliore è l’introduzione del “salario giusto”, prevista dall’ultimo decreto Primo maggio: un principio che prova ad agganciare tutti i contratti a quelli principali di riferimento per ogni categoria, ma che rischia di non risolvere il problema delle retribuzioni basse.

Un provvedimento che rientra in una “strategia più ampia” avviata “sin dall’inizio della legislatura per sostenere il lavoro, rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie e promuovere una crescita economica fondata su occupazione stabile, produttività e qualità della contrattazione collettiva”. Obiettivi non raggiunti, come emerge dai dati Ocse. E per Calderone non serve nemmeno il salario minimo: nulla di nuovo, ma il ragionamento della ministra del Lavoro è che sia inutile per il semplice motivo che “i livelli salariali risultano già superiori alla soglia dei 9 euro orari”. Insomma, a suo giudizio la contrattazione collettiva produce “risultati ben superiori a quelli che una soglia uniforme fissata per legge potrebbe garantire”. Nonostante questi risultati non arrivino, con salari fermi al palo e anche il reddito pro capite in contrazione.

Proprio sul decreto Lavoro è la Cgil, con l’audizione parlamentare della segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli, a lamentare il mancato coinvolgimento delle parti sociali: “Si conferma una precisa volontà politica in tutta l’azione del governo tesa a escludere e a non riconoscere a tutto il sindacato confederale italiano il ruolo, le prerogative e le competenze di soggetto contrattuale e politico”. Per Gabrielli è “paradossale” che, con un decreto approvato in occasione della festa dei lavoratori, venga destinato alle imprese quasi un miliardo di euro sotto forma di incentivi mentre nemmeno “un euro arriva nelle tasche delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro Paese”.