L’annuncio di Electrolux Italia sui “1.700 esuberi” non è un caso isolato, ma l’ultimo tassello di un mosaico che racconta l’arretramento industriale del Paese. La crisi non riguarda più soltanto singole aziende o singoli territori: investe l’intera ossatura produttiva, a partire dalla metalmeccanica. A lanciare l’allarme è Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil, che a Bari ha riunito i delegati dell’industria metalmeccanica. “L’industria metalmeccanica e conseguentemente il Paese sono a un passo dal collasso economico. Si sono persi oltre 100mila posti di lavoro dal 2008 a oggi e nei primi mesi del 2026 le ore di cassa integrazione corrispondono a 132mila lavoratori a rischio. Su questo si devono assumere una responsabilità il mondo delle imprese e le istituzioni”, ha dichiarato.
La metalmeccanica davanti al rischio collasso
Il centro studi Fiom-Cgil conferma la profondità della crisi. La ripresa occupazionale resta ancora inferiore ai livelli del 2008 e mostra una debolezza strutturale di lungo periodo. La produzione industriale arretra in quasi tutti i comparti, in particolare nella siderurgia, nell’automotive e nell’elettrodomestico. Fanno eccezione soltanto aerospazio, navalmeccanica e difesa, settori che però non bastano a compensare il ridimensionamento complessivo dell’apparato produttivo.
A pesare sono anche i dati sugli ammortizzatori sociali. Tra il 2024 e il 2025 le ore di cassa integrazione sono passate da 260,3 milioni a 308,8 milioni, con un aumento di quasi 50 milioni di ore. Un numero che corrisponde a una media mensile di oltre 148mila posti di lavoro sospesi o a rischio. Nei primi tre mesi del 2026 la media mensile è stata di circa 23 milioni di ore autorizzate, pari a quasi 133mila lavoratori coinvolti.
Le fragilità dell’industria italiana
Secondo la Fiom, le fragilità dell’industria italiana nascono da nodi mai affrontati fino in fondo: la piccola dimensione delle imprese, l’incompletezza delle filiere, la difficoltà di reggere la doppia transizione digitale ed ecologica, il crollo dei settori legati ai beni di consumo di massa, il livello troppo basso degli investimenti e una doppia dipendenza dall’estero, sia nelle importazioni sia nelle esportazioni. Per questo, sostiene il sindacato, serve un forte intervento pubblico. Senza una direzione politica chiara, le transizioni rischiano di allargare le disuguaglianze e di accentuare le fragilità del sistema produttivo.
La richiesta
La Fiom chiede una politica industriale pubblica e programmata, capace di orientare gli investimenti verso i settori strategici, rafforzare le filiere interne e ridurre la dipendenza dall’estero in comparti decisivi come siderurgia, automotive, semiconduttori ed energia. “Oggi si apre una vertenza nazionale sull’industria: vogliamo costruirla insieme alle altre organizzazioni sindacali, alle cittadine e ai cittadini, perché è in gioco con il presente il futuro del nostro Paese”, ha detto De Palma.
La scelta di Bari non è casuale: dal Mezzogiorno, ha spiegato, possono arrivare competenze e qualità decisive, soprattutto dalle giovani generazioni, per colmare il divario tecnologico dell’Italia e dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina. Ma per farlo, avverte il leader della Fiom, non bastano dichiarazioni di principio. Serve “un piano straordinario per l’industria”, dotato delle risorse necessarie a investire nell’innovazione tecnologica, anche con la presenza in equity di capitale pubblico, per sviluppare occupazione nei settori strategici. E la transizione non può essere pagata dai lavoratori: accanto all’innovazione, secondo De Palma, occorre aumentare i salari, ridurre l’orario di lavoro e salvaguardare l’occupazione.
Le scelte necessarie
La reindustrializzazione e la doppia transizione, conclude la Fiom, non sono soltanto obiettivi economici. Sono scelte sociali e politiche, da cui dipendono la qualità del lavoro, l’autonomia produttiva e la stessa sovranità industriale del Paese. Per questo il sindacato chiede a Palazzo Chigi di aprire un confronto con imprese e organizzazioni sindacali per definire un piano straordinario di investimenti, intervenire sul costo dell’energia, sostenere ricerca, sviluppo e produzione.