Avamposti. Il Nove accende i riflettori sulle mafie. Per spingere l’impegno contro il crimine

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Lunedì 21 marzo si è celebrata la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa dalle associazioni Libera e Avviso Pubblico. Un evento molto importante, giunto alla sua 27° edizione, in cui vengono letti i nomi di tutte le vittime di mafia e al quale hanno partecipato migliaia di cittadini. Pur capitando nei giorni caldi della guerra in Ucraina, è stata comunque significativa l’adesione popolare.

Il Nove accende i riflettori sulle mafie. Per spingere l’impegno contro il crimine

L’argomento però è un altro, ovvero che l’Antimafia sta attraversando uno dei suoi momenti più bui, nonostante i successi raggiunti da magistratura e Forze dell’ordine, come sul fronte pugliese, con le inchieste incessanti promosse dalla Dda di Bari guidata dal procuratore Roberto Rossi, ma anche per i risultati ottenuti in Calabria, in Sicilia, in Campania e a Milano con Alessandra Dolci. Quella che è venuta meno è una narrazione dell’Antimafia, una narrazione che non sia semplicemente il bollettino degli arresti e dei sequestri, ma che coinvolga il cittadino comune.

Un colpo di grazia da questo punto di vista arriva anche dalle nuove norme che mettono lacci e lacciuoli alle procure nel comunicare le inchieste, vincoli che non aiutano a sviluppare una riflessione serena di quello che è il contrasto al crimine. Proprio nel momento in cui la ‘Ndrangheta sta raggiungendo incredibili obiettivi internazionali, molte persone sentono la lotta alla criminalità come distante, remota. Giovanni Falcone, in particolare nel libro Cose di Cosa Nostra, sottolineava l’importanza della narrazione, che doveva essere soprattutto “emozionale, emotiva”.

Il grande giudice siciliano si rese conto per primo che la mafia andava spiegata attraverso i racconti. Basò i rapporti con i suoi interlocutori sul rispetto, per mafiosi e pentiti: senza questo rispetto difficilmente si poteva sconfiggere il crimine. Con i collaboratori di giustizia entrò in un dialogo profondo e coinvolgente, tirando fuori poi a livello maieutico delle informazioni indispensabili per contrastare la mafia. Chi legge questa narrazione si sente coinvolto dalla lungimiranza di questo giudice. E dai suoi testi emerge anche il ruolo di “faro” del magistrato, il quale ha la funzione di decodificare il messaggio mafioso e di trasmetterlo all’opinione pubblica affinché tutti lo capiscano.

Proprio il coinvolgimento dell’opinione pubblica oggi sta venendo meno. Un esempio di come l’Antimafia fatichi a penetrare le coscienze lo dà Avamposti, in onda sul Nove che racconta le gesta delle Forze dell’Ordine impegnate sul territorio. Una puntata in particolare, dedicata a Reggio Calabria, ha suscitato molte polemiche.

È possibile che una città come Reggio possa essere gestita come un fortino in mano alle cosche senza un briciolo di speranza? Ha ancora senso descrivere Reggio Calabria come cuore della ‘Ndrangheta quando tutti sanno che gli interessi finanziari sono a Milano e al Nord? Al netto dell’ottima fattura tecnica del prodotto, Avamposti rappresenta una narrazione militare delle associazioni mafiose ormai superata, visto che ci troviamo nella dimensione postmoderna del cybercrime della ‘Ndrangheta multinazionale

Tuttavia, il format fornisce testimonianze importanti che rendono onore al merito di carabinieri, poliziotti e finanzieri che ogni giorno contrastano la malavita. Questo aspetto popolare sembra aver fatto breccia nel pubblico: infatti, secondo i dati forniti da OmnicomMediaGroup, la media è di quasi 340.000 spettatori con l’1,5% di share, buono per un prime time sul Nove. Nella fascia 35/44 anni arriva al 3,1% di share mentre nel target laureati è ancora sopra la media con l’1,8%.

Non stupisce che i gradimenti più alti siano nelle regioni del Sud, con la Calabria in testa (3,3%), seguita da Sardegna (2,4%), Basilicata (2,2%), Campania (1,9%) e Puglia (1,9%). Forse adesso sarebbe opportuno cambiare registro, puntare su istituzioni politiche, sulle connivenze, che sono la vera assicurazione sulla vita delle organizzazioni mafiose. E questo Giovanni Falcone l’aveva capito anche troppo.