A Palazzo dei Normanni la conferenza stampa dell’addio ha la forma di un regolamento di conti. Sonia Alfano, già europarlamentare, già presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo, figlia di Beppe Alfano, il giornalista assassinato da Cosa Nostra a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993, legge la sua uscita da Azione con la precisione di chi ha imparato a pesare le parole in ben altre aule. Carlo Calenda non le ha neanche risposto al telefono. E la frase con cui ha aperto la conferenza vale come sentenza: «Doveva commissariare la Sicilia e ha finito per commissariare se stesso».
Dentro c’è tutto: la pretesa verticistica, la nomina che ha fatto esplodere la crisi. Azione in Sicilia non si sgretola per una questione di caratteri. Si sgretola perché i dirigenti locali non riconoscono più la direzione politica come propria. Quando hai costruito tutto sulla legalità e sulla distanza dal centrodestra siciliano, nomi e silenzi diventano manifesti politici.
Con Alfano lasciano Vincenzo Faraone, dirigente della sezione palermitana, e Damiano Motta, segretario provinciale di Ragusa. Il gruppo di Trapani sarebbe già sull’uscio. Azione perde in un pomeriggio quasi tutta la propria classe dirigente regionale, a un anno dall’avvio della campagna per le Regionali 2027.
Il commissariamento che ha scatenato tutto
La nomina che ha rotto gli argini è quella di Francesco Italia, sindaco di Siracusa, a commissario regionale di Azione. La direzione nazionale ha formalizzato la scelta circa due settimane prima. Italia è in Azione dal 2019, fa parte del comitato promotore del partito in Sicilia fin dall’inizio. Per i dirigenti uscenti la nomina rimane «inspiegabile».
Il punto è dove si colloca Azione rispetto al governo regionale di Renato Schifani. Per mesi, Calenda aveva riempito i propri social di critiche alla gestione della sanità siciliana. Poi il silenzio. I dirigenti aspettavano l’opposizione che avevano costruito. Trovavano il vuoto. Alfano: «Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie che avevano alimentato speranze ed entusiasmo».
C’è poi la questione interna. Il vertice, secondo Alfano, «impedisce di fare politica libera». Un partito che si presentava come alternativa alla politica dei notabili, gestito con la stessa verticalità che contestava negli avversari. Calenda, durante un viaggio in Sicilia, avrebbe preferito «un bagno a mare» a incontrare i dirigenti. Una metafora che i fuoriusciti non hanno lasciato cadere.
La dichiarazione d’amore e il mercato dei profughi
In sala stampa è presente Ismaele La Vardera, deputato regionale, fondatore di Controcorrente e candidato alla presidenza della Regione, che rivolge ad Alfano una «dichiarazione d’amore» politica: «Può essere la tua casa naturale». Alfano chiede «qualche ora di riflessione». Faraone e Motta escludono un assorbimento in blocco. La scena racconta un mercato in movimento: ogni fuoriuscita apre una contrattazione. Solo che Alfano viene da una storia in cui la legalità è una biografia, non un posizionamento.
La «furbizia di Schifani» sta qui: allontanare le elezioni sgonfia la pressione accumulata dopo il referendum di marzo, in cui il no aveva superato il 60% in Sicilia. Più tempo c’è, più i pezzi si disperdono. Controcorrente è fuori dal tavolo del campo progressista da gennaio. Azione perde i suoi dirigenti. Italia Viva di Davide Faraone non sfonda. Il centro siciliano che dovrebbe raccogliere il voto anti-Schifani è, sostanzialmente, ancora un titolo di giornale.
Calenda non risponde al telefono. La Sicilia anticipa qualcosa che si capirà tra qualche mese. Non è detto che sia qualcosa di buono.