Dalle vetrine di Milano alle bombe di Roma, il governo manda i militari nel capoluogo lombardo ma nella Capitale si limita alla conta dei danni

Per Milano un decreto e 500 militari. Per le bombe tra Ostia e Ciampino una formula, mentre la Dda di Roma vede 13 sostituti su 24

Dalle vetrine di Milano alle bombe di Roma, il governo manda i militari nel capoluogo lombardo ma nella Capitale si limita alla conta dei danni

Giovedì pomeriggio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (FdI) è salita sul palco del 62° Congresso nazionale del Notariato, a Roma, e ai notai ha regalato un complimento impegnativo, chiamandoli alleati preziosi dello Stato nella lotta ai reati. Poche ore dopo, a mezzanotte e mezza, una bomba carta ha divelto l’ingresso della sala scommesse Snai di via della Folgarella, a Ciampino.

Alle 21.40 di venerdì un altro ordigno ha sventrato l’androne di una palazzina popolare ai Lotti di Ostia, tra via dei Velieri e viale Vasco de Gama: due feriti, undici famiglie fuori casa. Lunedì Libera Lazio ha contato quattro bombe in cinque giorni e ha ricordato che la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Roma dovrebbe avere per legge 24 sostituti procuratori mentre ne ha in servizio 13, con una coda velenosa sul silenzio delle professioni.

Dalle vetrine di Milano alle bombe di Roma

Le piste portano a Roma est, dove le bombe scoppiano da mesi. Sono 13 da maggio nel quadrante sud-est, il feudo storico del clan di Michele Senese, oggi detenuto, un clan indebolito dalle inchieste e dagli arresti che ha perso il suo paciere, così le fazioni che si spartiscono crack e cocaina regolano i conti al primo screzio con una bomba sotto la serranda.

L’ordinanza che indica Senese tra i mandanti dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, ha scompaginato gli ultimi equilibri e lasciato scoperte le attività che il vecchio clan proteggeva. Nel mirino finiscono autonoleggi, concessionarie, sale slot e perfino un’enoteca di Don Bosco, il cui titolare, scrive Repubblica, ha taciuto agli investigatori la proposta d’acquisto dai toni intimidatori ricevuta tre giorni prima dell’esplosione.

Sullo sfondo, secondo molti osservatori, c’è lo scontro fra i gruppi storici e le nuove leve italo-magrebine, anche se nessun atto d’inchiesta attribuisce finora le bombe a una faida. Ciampino e Ostia allargano la mappa delle bombe. Se la mano sia la stessa, gli investigatori per ora lo ignorano.

Un decreto per le vetrine

Quando il 17 e il 18 ottobre sono saltate le vetrine del centro di Milano, il governo ha corso: vertice a Palazzo Chigi lunedì 19, decreto-legge in Consiglio dei ministri il 20, 500 militari spediti in città, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prefettura il 21. Sabato 24, a Roma, c’erano 1.500 agenti e i droni sopra i cortei, e l’Ufficio studi dei gruppi di Fratelli d’Italia ha già confezionato il dossier dell’autocelebrazione con 4.259 identificati in sei città.

Il Viminale ha fiutato la mafia perfino dentro i blocchi dei tir al Sud, tanto che ha riunito prefetti e questori sulle possibili infiltrazioni criminali. E il vicepremier Matteo Salvini è corso a Radio1 a rivendicare il decreto, con «più poteri alle forze dell’ordine» e i soldati per Milano.

Per le bombe di Roma il ministro invece si è fermato a una formula: dopo un confronto con il prefetto Lamberto Giannini ha parlato di un contesto di natura criminale, come ha riportato il Secolo d’Italia, cioè la stessa diagnosi che il sindaco Roberto Gualtieri aveva già fatto da solo. Nessun vertice. Nessun decreto. Le vetrine di Milano hanno avuto i militari, gli androni di Ostia la conta dei feriti.

Giorgia Meloni ha raccontato più volte di aver cominciato a fare politica «quando hanno ucciso Paolo Borsellino», cioè davanti a una bomba. Trentaquattro anni dopo le bombe esplodono nella capitale del Paese che governa, e per accorgersene il suo esecutivo aspetta che qualcuno spacchi una vetrina.