«Seguiamo le elezioni», ha detto ad Al Jazeera Hanan Abu al-Maaza, 57 anni e più di dodici sfollamenti alle spalle, e le segue per la paura e l’ansia in cui vive sperando che vinca qualcun altro e di poter tornare nella sua casa di Beit Lahiya. Martedì Israele ha votato. Gaza in quel voto c’era come rinvio.
Secondo Israel Hayom, prima delle urne il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto di far slittare a dopo le elezioni la partenza per l’Egitto di 5.000-7.000 palestinesi già vagliati dallo Shin Bet per diventare poliziotti, la ricostruzione di Rafah, la forza multinazionale e l’ingresso nella Striscia del comitato di tecnocrati che dovrebbe amministrarla. Il suo ufficio ha replicato che la decisione è “senza alcun legame con le elezioni” e che ricostruzione e polizia arriveranno solo dopo il disarmo completo di Hamas.
Lunedì, a meno di ventiquattro ore dall’apertura dei seggi, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha scritto che a Gaza le forze israeliane “continuano a compiere atti di natura genocidaria, anche dopo il cosiddetto accordo di cessate il fuoco”. Della campagna l’Associated Press ha scritto che dal dibattito pubblico israeliano è rimasta quasi del tutto fuori la situazione di Gaza, e il principale sfidante di Netanyahu, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, su Gaza ha promesso di chiudere il governo di Hamas entro 18 mesi, anche con mezzi militari, dopo essersi detto contrario alla soluzione dei due Stati. I risultati ufficiali sono attesi entro il 4 novembre, e per il nuovo governo, scrive l’AP, possono servire settimane o mesi. Per Hanan il dopo resta una casa a Beit Lahiya. Per la Commissione che ha messo per iscritto il genocidio, la missione israeliana a Ginevra il dopo l’ha già fissato: chiederne “l’immediato scioglimento”.