Quando i carabinieri lo hanno fermato all’aeroporto di Orio al Serio, domenica mattina, il manager turco della filiale italiana Caddell Construction, Ulas Demir, aveva già il biglietto in tasca. Destinazione Istanbul. Con lui, la famiglia. Stava lasciando l’Italia in tutta fretta. Per la Procura di Milano non si trattava di una vacanza improvvisata, ma di una fuga vera e propria.
Per questo il procuratore aggiunto Paolo Storari, titolare dell’inchiesta per supposto caporalato nella costruzione del nuovo mega consolato Usa a Milano, ha firmato il decreto di fermo parlando di una “chiara volontà di fuggire”. Richiesta confermata anche dalla Procura di Bergamo. Domani è in programma l’udienza di convalida del fermo.
L’accusa di caporalato
Demir è infatti indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro: secondo l’accusa avrebbe impiegato decine di lavoratori indiani, sfruttati attraverso un sistema tanto semplice quanto redditizio. Gli operai avrebbero lavorato fino a 60 ore alla settimana per salari compresi tra 1.200 e 1.500 euro mensili.
Ma da quelle somme venivano sottratti fino a 500 euro per l’alloggio e altri 350 per il vitto. Alla fine restavano loro in tasca circa 500 euro. Più o meno due euro l’ora.
Inoltre, secondo gli atti, molti di loro avrebbero pagato nel Paese d’origine una sorta di tassa d’ingresso da 5mila euro, pur di ottenere il posto di lavoro in Italia. Pagavano per essere sfruttati e minacce di licenziamento e rimpatrio per chi non accettava le condizioni imposte.
La conversazione con i capi della multinazionale Usa Caddell Construction
A convincere gli inquirenti della necessità delle manette per il manager, non è stato soltanto il volo prenotato il 30 maggio, il giorno successivo a quello nel quale il manager turco della multinazionale Usa Caddell aveva saputo di essere indagato.
A pesare è stata soprattutto una telefonata intercettata poche ore prima. Dall’altra parte del telefono, con un interlocutore ritenuto dagli inquirenti un dirigente di livello superiore della società, l’uomo riferisce a Demir di aver parlato con altri responsabili dell’azienda e afferma: “Zafer dice che se vieni per ferie sarebbe meglio”.
Alla domanda di Demir, “Non sarebbero dei problemi dopo?”, l’interlocutore replica che potrebbe essere “più problematico” agire diversamente e lo invita a verificare “qual è la data più vicina in cui può farlo”, aggiungendo: “Vedi un attimo e parlane con tua moglie”. Tanto che nel decreto dei pm si legge che “Il pericolo di fuga è concreto, reale e imminente”.
Un’inchiesta che svela l’evoluzione del caporalato
Ma quell’inchiesta sul nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano racconta molto più della storia di un singolo dirigente, racconta l’evoluzione del caporalato. Non più il caporale che col furgone scassato che all’alba raccoglieva braccianti nelle campagne, ma il manager della multinazionale, che gestisce subappalti in filiere internazionali, che parla inglese nelle conference call e gestisce contratti internazionali.
Tuttavia, anche se raffinato e internazionalizzato, il meccanismo è sempre lo stesso: ridurre i diritti, comprimere il costo del lavoro, abbassare i salari. Aumentare la ricattabilità. Trasformare il bisogno in profitto.
Fillea: “Milano base logistica dei caporali”
È una storia che il sindacato delle costruzioni denuncia da anni. Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, spiega che ormai nei cantieri italiani lavorano operai provenienti da 53 nazionalità diverse. Non perché il settore sia improvvisamente diventato multiculturale per vocazione, ma perché la domanda di manodopera è esplosa.
“Con il Pnrr, il superbonus ma anche l’aumento dei lavori deliberati dai Comuni, è aumentata a dismisura la richiesta di manodopera in edilizia”, spiega Di Franco, “E quindi, siccome ho bisogno di manodopera, chi è che oggi ha manodopera? I caporali. I caporali dove sono in questo momento? La base logistica è Milano, tutto lo smistamento della manodopera migrante su cui noi stiamo facendo tante denunce, su cui ci sono anche delle inchieste aperte su iniziativa nostra e stiamo aspettando l’esito, parte tutta da lì. Lavoratori che si sono mossi per andare a lavorare nelle aree del sisma del 2016, della Ricostruzione, nelle grandi opere pubbliche e anche nei cantieri per il superbonus 110″.
Secondo Di Franco, oggi un lavoratore migrante arriva spesso a svolgere il lavoro di due operai italiani. Non perché sia più forte o più efficiente. Ma perché è più ricattabile. Perché teme di perdere il posto. Perché spesso teme di perdere anche il permesso di soggiorno. Così il caporalato trova il suo terreno fertile. Non nella povertà, ma nella paura, nell’omertà e nella “disattenzione” di chi dovrebbe vigilare.
Uno sfruttamento sistematico e organizzato
Per anni il dibattito pubblico ha raccontato l’immigrazione come un problema di sicurezza. Le cronache giudiziarie dimostrano spesso il contrario: per molti imprenditori l’immigrazione è soprattutto una straordinaria opportunità economica. Una riserva di lavoratori disposti ad accettare condizioni che altri rifiuterebbero. È il mercato, si dice. No. È sfruttamento, che la vicenda di Milano dimostra essere diventato sistematico e organizzato.