Italia, Bosnia, Svizzera e Austria. Sono quattro i Paesi che, da quanto si è saputo, stanno indagando sul caso dei cosiddetti “Cecchini del weekend“, occidentali ricchi che avrebbero pagato ingenti somme per andare ad uccidere “civili inermi”, tra cui donne, anziani e bambini, nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci tra il ’92 e il ’95.
Oltre all’inchiesta aperta da mesi ormai a Milano, stanno effettuando accertamenti anche le autorità giudiziarie degli altri tre Paesi e prossimamente dovrebbe essere fissata una riunione tra tutti gli inquirenti con Eurojust, l’Agenzia europea per la cooperazione giudiziaria penale, che ha sede a L’Aia.
Due indagati in Austria
Di sicuro sulla terribile vicenda hanno aperto un fascicolo le autorità austriache, le quali starebbero indagando su due persone, sospettate di aver partecipato ai safari della morte durante la guerra in Bosnia.
Secondo quanto riferito da un portavoce del ministero austriaco della Giustizia, l’indagine, avviata il 25 aprile, riguarda un cittadino austriaco e un altro sospettato, la cui identità non è stata ancora rivelata. Dopo l’uscita del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic nel 2022, in Austria si sono intensificate le speculazioni sui viaggi dei “cecchini del fine settimana” tra il 1993 e il 1995.
Quattro gli indagati a Milano
Nelle indagini milanesi, coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis e condotte dai carabinieri del Ros, gli indagati attualmente sono quattro: un ex camionista 80enne friulano, un 64enne ex dipendente comunale e residente in provincia di Alessandria, un imprenditore 64enne che vive in Brianza e un toscano.
I primi tre sono già stati convocati in Procura per gli interrogatori nelle scorse settimane e, in pratica, si sono difesi dalle accuse, basate su testimonianze di terzi che avevano rivelato ai pm i racconti diffusi dagli indagati, rispondendo alle domande dei magistrati o con memorie scritte.
Tutti comunque hanno negato di aver mai sparato a Serajevo. In ogni caso, fonti della procura hanno fatto sapere che a breve altri nomi saranno iscritti nel registro degli indagati.
Intanto, il prossimo passo dovrebbe essere la riunione tra gli inquirenti italiani, bosniaci, svizzeri e austriaci di coordinamento nella sede di Eurojust. E in molti scommettono che potrebbero aggiungersi presto le procure di altri Paesi. Tuttavia si tratta di indagini – anche quelle milanesi, nate dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dai legali Guido Salvini e Nicola Brigida – molto complesse, perché sarà difficile attribuire responsabilità in un processo per fatti avvenuti 30 anni fa.
Come funzionavano i Safari dell’orrore
Secondo le ricostruzioni della procura milanese, i “turisti” dell’orrore partivano dall’Italia (il presunto centro di smistamento logistico era a Trieste) o da altri Paesi europei, raggiungevano Belgrado e da lì venivano scortati dai serbi fino a Pale, sulle colline sopra Sarajevo.
I partecipanti pagavano gli organizzatori in marchi tedeschi per accedere alle postazioni di tiro delle milizie serbo-bosniache sulle colline attorno alla città assediata e i bersagli avevano “tariffe” diverse: colpire un civile aveva un prezzo fisso, mentre i bambini rappresentavano il “trofeo” più costoso.
Le intelligence sapevano e il Sismi intervenne per bloccare le partenze
I turisti della morte sarebbero stati riconosciuti da uomini dell’intelligence bosniaca e statunitense già allora, perché, secondo la testimonianza di un marine davanti alla Corte penale internazionale, apparivano visibilmente estranei all’esercito, si muovevano con goffaggine tra le macerie, parlavano inglese o italiano e utilizzavano fucili da caccia di lusso, inadatti al combattimento urbano regolare.
Informazioni sepolte negli archivi dell’epoca che solo ora stanno emergendo: già nel marzo del 1995, infatti, testate bosniache e italiane avevano menzionato il fenomeno. L’intelligence bosniaca dell’epoca (guidata da Mustafa Hairulaovic “Talian”) aveva denunciato i fatti, e l’ex servizio segreto militare italiano (Sismi) si sarebbe attivato per monitorare e neutralizzare la filiera logistica che transitava da Trieste. Secondo il programma PresaDiretta anche i servizi segreti francesi avevano un dossier sulla vicenda.