Fin dal primo giorno di attività, il governo guidato da Giorgia Meloni ha posto la lotta alla criminalità organizzata come un elemento centrale della propria identità politica. La stessa Presidente del Consiglio ha più volte richiamato le radici della sua formazione politica, nata sulle macerie delle stragi del 1992, affermando: «Combatto la mafia fin da ragazzina e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro».
Dalle parole ai fatti
Al di là dei proclami e della retorica, però, è necessario valutare gli atti concreti dell’esecutivo. L’analisi delle misure legislative approvate evidenzia un quadro contraddittorio: un’apparente rigidità repressiva accompagnata da riforme che, sotto molti profili, sembrano indebolire gli strumenti preventivi dello Stato contro l’«area grigia» che agevola le mafie. Sul versante giudiziario e carcerario il governo ha concentrato gli sforzi maggiori, ottenendo risultati che ha rivendicato con forza. Il primo provvedimento varato mirava a blindare l’ergastolo ostativo, introducendo requisiti molto stringenti per l’accesso ai benefici penitenziari anche in assenza di collaborazione con la giustizia, e difendendo il regime del cosiddetto “carcere duro”. La cattura dell’ultimo grande boss stragista di Cosa Nostra (gennaio 2023) è stata il frutto di anni di indagini della magistratura e dell’attività investigativa dei Carabinieri, sostenute da un pieno supporto logistico e finanziario dello Stato. Mentre la gestione del comparto sicurezza ha raccolto consensi parziali, le riforme in ambito economico e di pubblica amministrazione hanno suscitato forti critiche tra gli operatori impegnati nella lotta alle mafie. Le organizzazioni criminali odierne hanno progressivamente abbandonato la mera violenza per trasformarsi in holding economico-finanziarie: riciclano capitali, infiltrano l’economia legale e condizionano appalti e commesse. Ed è proprio su questo terreno che le scelte governative generano preoccupazione. Critico risulta, in particolare, il processo di liberalizzazione dei subappalti “a cascata” e l’innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti, che riducono la necessità di gare pubbliche. Secondo l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), la quasi totalità dei contratti pubblici minori è oggi assegnata senza gara: tale snellimento burocratico limita i controlli preventivi e aumenta il rischio di infiltrazioni mafiose nei cantieri. La riforma della giustizia ha inoltre abolito il delitto di abuso d’ufficio e ridimensionato il traffico di influenze illecite, figure spesso funzionali all’intermediazione tra clan e amministratori pubblici. L’innalzamento della soglia per l’uso del contante a cinquemila euro può agevolare l’economia sommersa e il riciclaggio, facilitando lo spostamento di capitali illeciti attraverso circuiti meno tracciabili. Anche le scelte di bilancio hanno mostrato criticità: si è registrata una riduzione dei fondi destinati alla tutela degli amministratori locali vittime di intimidazioni mafiose e un definanziamento delle risorse per le opere pubbliche nei Comuni sciolti per mafia. Questi interventi indeboliscono strumenti concreti di contrasto e protezione sul territorio, dove la pressione delle organizzazioni criminali è più evidente.
La discrasia
Messa in prospettiva, la strategia del governo appare discrasica: da una parte un’antimafia repressiva che non arretra sui regimi detentivi duri; dall’altra un’antimafia preventiva meno incisiva, caratterizzata da maglie più larghe sugli appalti, da una deregolamentazione penale che tutela i colletti bianchi e da una maggiore circolazione del contante. Questa combinazione rischia di lasciare spazi di manovra a una criminalità che oggi predilige la corruzione e l’espansione finanziaria piuttosto che l’uso della violenza. I fatti dimostrano che lo Stato non ha cessato di contrastare la mafia, tuttavia, la focalizzazione sugli aspetti visibili e armati del fenomeno è accompagnata da un abbassamento della guardia sul fronte economico-finanziario, che rappresenta l’elemento preponderante delle nuove mafie. Per una strategia efficace è necessario riequilibrare gli investimenti e le riforme: mantenere ferme le risposte repressive dove necessarie, ma rafforzare al contempo la prevenzione attraverso controlli sugli appalti, misure di trasparenza finanziaria, protezione degli amministratori locali e strumenti normativi adeguati a contrastare la criminalità economica. Solo così lo Stato potrà colpire non soltanto il braccio armato, ma anche le radici economiche che alimentano le nuove mafie e le rendono quasi invincibili.
Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata Associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) Rutgers University Newark (USA)