Corsa al riarmo, soldi facili con le armi non se ne fanno più: stavolta a dirlo non sono i pacifisti, ma le Borse

Lo Stoxx della difesa europea giù di oltre il 15% dal picco di gennaio: i mercati frenano la corsa alle armi, il governo Meloni invece no

Corsa al riarmo, soldi facili con le armi non se ne fanno più: stavolta a dirlo non sono i pacifisti, ma le Borse

Oltre il 15%. Tanto ha bruciato lo Stoxx Europe Targeted Defence, l’indice che misura i titoli della difesa europea, dal picco di gennaio 2026. Lo scrive il Financial Times, ripreso in Italia da InsideOver: i colossi delle armi che per tre anni erano stati i re delle Borse, hanno visto evaporare miliardi di capitalizzazione. E a dirlo, stavolta, sono le Borse, non i pacifisti.

Quando la finanza chiede i conti sulle armi

La scommessa sembrava blindata. Dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022, i titoli della difesa europea erano saliti di oltre il 450%, contro il 40% scarso dell’indice generale, secondo i dati raccolti da Reuters. A spingere la corsa, le promesse dei governi e l’intesa Nato del vertice dell’Aia del giugno 2025: spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Poi qualcosa si è inceppato. Gli ordini arrivano più lenti del previsto, i contratti slittano, e a fine maggio Morgan Stanley ha tagliato il giudizio sul comparto da “overweight” a “equal weight”, con il team guidato da Marina Zavolock. Loredana Muharremi, analista di Morningstar, lo dice chiaramente: gli investitori sono diventati molto selettivi. Martin Frandsen, di Principal Asset Management, parla di posizioni alleggerite in massa. Del resto la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran e l’impennata dell’energia hanno fatto saltare le scommesse affollate su mezzo mercato.

C’è poi un problema di messa a terra. Trasformare un ordine per un carro armato o un radar in fatturato e utili richiede anni, e i conti del primo trimestre hanno deluso. I grandi fondi istituzionali hanno esaurito la pazienza e hanno cominciato a vendere. Intanto i capitali si spostano verso i droni a basso costo, l’intelligenza artificiale, il software di guerra. I giganti storici della manifattura pesante, di colpo, sembrano vecchi.

La crepa di Londra e il caso italiano

La spaccatura più vistosa si è aperta a Londra. L’11 giugno 2026 il ministro della Difesa britannico John Healey si è dimesso accusando il premier Keir Starmer e il Tesoro di non stanziare le risorse necessarie e di costringerlo a scelte che avrebbero ridotto la prontezza delle forze armate. Il Tesoro si era fermato a 13,5 miliardi di sterline contro i 18 chiesti dal ministero. Poche ore dopo se n’è andato anche il ministro delle Forze Armate Al Carns, che ha bocciato il piano d’investimenti per la difesa, per lui né abbastanza trasformativo né adeguatamente finanziato. Una crisi di governo dentro un pilastro storico della Nato, proprio sui conti del riarmo.

E l’Europa intanto si divide pure sulle armi del futuro. L’8 giugno Francia e Germania hanno affossato il programma Fcas, il caccia di sesta generazione che da nove anni legava Parigi, Berlino e Madrid. Tre giorni dopo Airbus ha lanciato a Berlino il consorzio Team Gen 6 con sette aziende tedesche e alcune spagnole, lasciando fuori la Francia. L’Italia, da parte sua, resta nel blocco rivale del Gcap con Regno Unito e Giappone. La spinta all’autonomia strategica europea naufraga in una guerra di campanili industriali.

E qui da noi? Tutto come prima. Mentre le Borse si sgonfiano, il governo Meloni tiene il piede sull’acceleratore. L’osservatorio Milex stima per il 2026 una spesa militare di quasi 34 miliardi di euro, record storico, in crescita del 2,8%. Solo per nuovi armamenti si arriva a oltre 13,1 miliardi, il 60% in più rispetto al 2022, e per i prossimi quindici anni sono già programmati oltre 130 miliardi di nuovi sistemi d’arma. A marzo la Nato ha certificato l’Italia al 2,01%del PIL, primo anno sopra la soglia storica del 2%: per Milex, soprattutto un’operazione contabile per giustificare ciò che viene dopo.

La finanza ha smesso di sognare e ha cominciato a chiedere i conti. Il governo italiano quegli assegni continua a firmarli.