È l’organo che il governo ha appena imbavagliato a certificare il vuoto. La Corte dei conti, ridotta nei poteri dalla legge n. 1/2026 che ha messo un tetto al risarcimento per danno erariale, ha scelto il Giudizio di parificazione sul rendiconto dello Stato per dire la cosa che a Palazzo Chigi preferirebbero archiviare in fretta: a essere svuotate, anno dopo anno, sono proprio la scuola e la sanità, le due voci che la Costituzione mette al riparo dai tagli.
A leggere la requisitoria, il 26 giugno, è stato il procuratore generale Pio Silvestri, davanti al presidente Guido Carlino. Toni da magistrato contabile, eppure senza sconti. Il Servizio sanitario nazionale resta “un unicum nel panorama mondiale e un modello, ancora vincente, in termini di qualità”, e proprio per questo “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”. Il diritto alla salute, aggiunge, è “centrale per definire il parametro di civiltà di un Paese”. Un diritto, quindi, che vale più di una riga di bilancio.
La preferenza qualitativa che il governo ignora
Il passaggio più tagliente è di diritto costituzionale. Silvestri ricorda il principio fissato dalla Corte costituzionale: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, non l’equilibrio del bilancio a comprimere i diritti. Alle spese per la salute spetta una “preferenza qualitativa”, perché sono “spese costituzionalmente necessarie”: se si deve tagliare, si taglia altrove, sulle disponibilità “indistinte”, prima di toccarle. Tradotto: il governo che invoca i conti in ordine per stringere su ospedali e aule sta rovesciando proprio la gerarchia che la Consulta ha scritto.
E la scuola? Silvestri la mette sullo stesso piano. L’istruzione pubblica, dice, “soffre di problemi sostanzialmente analoghi” a quelli del sistema sanitario, e “quello che appare più preoccupante è che pare consolidarsi la tendenza al definanziamento dell’intero settore”. Il dato che cita arriva dal rapporto Investing in Education 2025 della Commissione europea: l’Italia destina all’istruzione il 7,3% della spesa pubblica, contro una media europea del 9,6% (dati 2023). Due punti e mezzo di scarto che valgono miliardi.
La curva che nessuno ha deciso ma tutti seguono
Qui il referto contabile incrocia la politica. In Italia la privatizzazione di scuola e sanità si fa per sottrazione: si lascia il pubblico senza fondi, e il privato riempie il vuoto. Sulla salute il conto è già leggibile. Secondo l’ISTAT, nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, e la spesa che esce direttamente dalle tasche delle famiglie continua a salire. La fondazione GIMBE ha quantificato in circa 37 miliardi le risorse sottratte al Ssn nel decennio 2010-2019. Chi può, paga e si cura; chi non può, aspetta o rinuncia.
Sulla scuola la traiettoria è la stessa, con altri strumenti. Il comparto pubblico regge su oltre 280 mila contratti di supplenza l’anno, fotografati dallo stesso rendiconto. L’articolo 33 della Costituzione le vuole “senza oneri per lo Stato”: il governo legge la norma al contrario. Il definanziamento del pubblico è la premessa. Il resto lo fa il mercato.
Resta il paradosso da cui parte tutto. Il governo ha appena ridotto la Corte dei conti al silenzio sul danno erariale, con lo scudo che limita al 30% la responsabilità di chi sbaglia con i soldi pubblici. E ora la stessa Corte gli consegna il referto su ciò che quei soldi, sottratti, stanno producendo: meno servizio pubblico e più spesa privata. Il deficit intanto viaggia al 3,1% del Pil, il debito al 137,1%, e l’82% dell’Irpef lo versano dipendenti e pensionati. I diritti incomprimibili, del resto, si stanno comprimendo. Per scelta, dice la Costituzione attraverso la sua magistratura contabile. Per scelta.