Così… non fan tutti. I Cinque Stelle cacciano le mele marce, nei partiti indagati e condannati restano ai loro posti

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A leggere le intercettazioni che hanno portato all’arresto di Marcello De Vito si resta spiazzati. Vacilla la bandiera dell’onestà, senza ombra di dubbio il vessillo più riconoscibile dei Cinque stelle. Eppure, al contrario di chi dalle opposizioni stupidamente accusa i pentastellati di essere uguali a tutti, cioè a loro, e in questo lasciandosi andare a un’ammissione di colpa neanche troppo implicita, resta una differenza siderale e che, per dovere di cronaca, è doveroso riconoscere: Luigi Di Maio ha immediatamente espulso De Vito dal Movimento, specificando che il suo stesso comportamento offende quanto costruito in questi anni.

Le domande sorgono spontanee: Matteo Renzi ha mai fatto una cosa del genere? Matteo Salvini? Giorgia Meloni? Silvio Berlusconi? Avrà un simile comportamento Nicola Zingaretti? La risposta è nelle storie, passate e presenti, dei tanti indagati, imputati, condannati e pregiudicati che nei vari partiti hanno sfilato restando comodamente seduti ai loro posti (spesso di comando). L’elenco, come si può immaginare, è elefantiaco. Per comodità, dunque, ci fermeremo a chi siede negli scranni parlamentari in questa legislatura.

Cominciamo da chi ha sul groppone, suo malgrado, una condanna in via definitiva. Non si può non partire da Silvio Berlusconi che, pur non essendo parlamentare, tiene in mano le redini di Forza Italia, e da Umberto Bossi, attuale senatore e fondatore del Carroccio. Tra i condannati in via definitiva spicca pure il senatore forzista Paolo Romani, ex candidato di Berlusconi alla presidenza del Senato, sul cui groppone pesa una condanna definitiva a un anno e 4 mesi per peculato. Ma la lista, ovviamente, è molto più lunga. A Palazzo Madama siede anche il berlusconiano doc Salvatore Sciascia, condannato a 2 anni e mezzo per le tangenti alle Fiamme Gialle. A Montecitorio invece siedono Vittorio Sgarbi, condannato in via definitiva per truffa ai danni dello Stato (per tre anni avrebbe disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia), e Antonio Minardo, condannato a otto mesi per abuso d’ufficio.

La lista di chi ha problemi con la giustizia, però, è decisamente lunga. Cominciamo dalla Lega. Per lo scandalo rimborsopoli in Piemonte sono fioccate condanne in primo grado per il capogruppo leghista a Montecitorio, Riccardo Molinari (11 mesi) e il membro della commissione Vigilanza Rai Paolo Tiramani (1 anno e 5 mesi). Per la stessa ragione è stata condannata anche la meloniana Augusta Montaruli (1 anno e 7 mesi). Se saltiamo dal Piemonte alla Liguria, ecco che troviamo per un altro scandalo rimborsopoli il sottosegretario Edoardo Rixi, per cui la procura ha chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi. Stessa sorte per il senatore ed ex presidente del consiglio regionale Francesco Bruzzone. La sentenza è attesa per fine maggio.

Per lo scandalo delle “spese pazze” alla Regione Lombardia va anche peggio: un anno e 8 mesi per Massimiliano Romeo, attuale capogruppo della Lega al Senato. Condannati anche i due ex consiglieri, oggi deputati, Jari Colla e Fabrizio Cecchetti. Nell’elenco c’è anche Cinzia Bonfrisco, accusata di corruzione e associazione a delinquere nell’inchiesta sul Consorzio Energia Veneto. Se restiamo nelle file leghista del Governo, non c’è solo Rixi ad avere guai con la giustizia. A proposito di sottosegretari, non si può non menzionare, Armando Siri, che ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta; e Massimo Garavaglia, sottosegretario all’Economia, a giudizio per turbativa d’asta.

Le “spese pazze” coinvolgono anche il Pd. Il deputato laziale ed ex consigliere regionale Bruno Astorre (Pd) che risulta, almeno fino a gennaio 2018, imputato nell’inchiesta sui rimborsi e le spese di rappresentanza del gruppo dem in consiglio regionale, insieme all’attuale onorevole Claudio Mancini. Per inciso: Astorre è il nuovo segretario Pd nel Lazio. Ma d’altronde non sorprende considerando che indagato, questa volta per finanziamento illecito, è anche Nicola Zingaretti, per quanto raccontato in questi giorni da L’Espresso. Nell’elenco non poteva mancare Luciano D’Alfonso, imputato per truffa e indagato per falso ideologico.

A Napoli Piero De Luca figlio del governatore Vincenzo, risulterebbe essere ancora sotto processo per bancarotta, mentre in Puglia Lello Di Gioia è indagato per induzione indebita /(poche settimane fa di lui si è occupato la Giunta per le autorizzazioni per l’utilizzo delle intercettazioni). Ma se restiamo sulla sponda Pd, altri nomi di peso sono quello di Francesco Bonifazi, tesoriere del partito ai tempi di Matteo Renzi, indagato per finanziamenti illeciti e false fatture nella stessa inchiesta che arriva fino a Marcello De Vito; Luca Lotti, ex ministro dello Sport, per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio per favoreggiamento nell’inchiesta Consip; e Piero Fassino, accusato di turbativa d’asta nell’affaire Salone del Libro.

E Foza Italia? Anche qui, ovviamente, l’elenco è decisamente lungo. Ad attendere la sentenza in appello c’è Ugo Cappellacci, ex governatore sardo eletto alla Camera, condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi per il crac di Sept Italia. Guai anche per un altro forzista: Antonio Angelucci, recordman di assenze al Senato nella scorsa legislatura e nell’attuale, è stato anche condannato in primo grado a un anno e 4 mesi per truffa e falso per i contributi pubblici ai suoi giornali, Libero e Il Riformista, e nel frattempo è imputato per truffa al sistema sanitario laziale (il pm ha chiesto una condanna a 15 anni) e indagato – notizia proprio di ieri – per istigazione alla corruzione.

Non poteva mancare, ancora, Luigi Cesaro. Finito in diverse inchieste per presunti rapporti con i Casalesi, l’ultima vicenda per cui risulta indagato (insieme peraltro al deputato Antonio Pentangelo) è l’affare “Ex Cirio” dal nome dell’area industriale dismessa a Castellamare di Stabia e interessata da un progetto di ristrutturazione che negli anni ha visto numerosi blocchi per mancanza di autorizzazioni e, stando alla Procura, altrettanti numerosi tentativi di far ripartire le opere di riconversione, cercando di procurarsi i permessi.

Nell’elenco di chi ha guai con la giustizia c’è anche qualche onorevole del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Oltre alla già citata Montaruli, infatti, per motivi analoghi (spese pazze) ma in Umbria, risulterebbe ancora indagato il senatore Franco Zaffini. Per la rimborsopoli marchigiana, infine, la Cassazione un anno fa ha annullato il non luogo a procedere per 54 persone. Tra di loro ci sarebbe anche il deputato Francesco Acquaroli. Per tutti loro si dovrebbe ripartire dall’Appello.