Dalla guerra in Iran ai brogli elettorali, il discorso alla nazione di Trump divide gli Usa

Dalla guerra in Iran ai brogli elettorali, il discorso alla nazione di Trump divide in due gli Stati Uniti

Dalla guerra in Iran ai brogli elettorali, il discorso alla nazione di Trump divide gli Usa

La vittoria contro l’Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz, che ora sarebbe “sotto il controllo” degli Stati Uniti, gli elogi a un’economia che, a suo dire, starebbe volando, ma anche i sospetti su un sistema elettorale americano definito un colabrodo. Chi si aspettava che l’annunciato discorso alla nazione di Donald Trump si trasformasse nell’ennesimo, discusso show non può che essere rimasto soddisfatto. Un intervento a tratti surreale, nel quale il presidente degli Stati Uniti ha dipinto una realtà fatta di presunti successi, molti dei quali difficilmente documentabili.

Il discorso si è aperto con un breve accenno al dossier mediorientale che, a conti fatti, rappresenta il suo principale tallone d’Achille. Sul confronto con Teheran, il leader della Casa Bianca si è limitato a dichiarare che “abbiamo vinto in Venezuela e stiamo vincendo in Iran. Vedrete presto i frutti di questo lavoro”. Parole molto diverse rispetto a quelle pronunciate nei mesi scorsi, quando assicurava che il conflitto fosse ormai concluso con il trionfo degli Stati Uniti. Dichiarazioni che sembrano invece confermare come la guerra sia tutt’altro che terminata e destinata, probabilmente, a protrarsi ancora. Subito dopo, dedicando anche a questo tema pochissimo tempo, Trump ha sostenuto che l’economia americana “continua a battere ogni record”, aggiungendo che “l’ultimo dato sull’inflazione è il migliore degli ultimi sei anni”.

Peccato che questi risultati vengano regolarmente messi in discussione dai report economici, che descrivono un debito pubblico in costante crescita e un diffuso malcontento tra i cittadini per il caro vita, ormai arrivato a livelli difficilmente sostenibili. Il vero show, però, è arrivato poco dopo, quando Trump si è soffermato a lungo sulle imminenti elezioni di midterm, con parole che sono sembrate un tentativo piuttosto evidente di preparare il terreno a un possibile insuccesso elettorale.

L’incubo delle elezioni di midterm

Durante il suo discorso alla nazione, riferendosi al sistema elettorale statunitense, Trump ha affermato che “le elezioni americane sono vulnerabili ai brogli e al rischio di essere rubate”, aggiungendo che lavorerà con le autorità locali per mettere in sicurezza le consultazioni di novembre dalle “scioccanti debolezze” emerse negli ultimi anni. “Per continuare ad avere un Paese libero e indipendente dobbiamo disporre di un sistema di voto sicuro e affidabile. Quello attuale è debole ed è ben lontano dal soddisfare gli standard di sicurezza”, ha spiegato il presidente.

Poi, sorprendendo i presenti, ha annunciato di essere in possesso delle prove di queste criticità e di voler desecretare nuovi documenti che, a suo dire, dimostrerebbero sia le vulnerabilità del sistema sia le interferenze straniere. “La Cia ha ottenuto informazioni su un complotto legato al regime di Nicolas Maduro per truccare le elezioni americane del 2020”, ha dichiarato. Secondo Trump, inoltre, la Cina sarebbe responsabile di quella che ha definito “la più vasta violazione di dati elettorali della storia”, avvenuta a partire dal 2020, grazie alla quale sarebbero stati acquisiti illegalmente i dati di circa 220 milioni di elettori statunitensi.

Questioni sulle quali, secondo il tycoon, sarebbe stato imposto il silenzio da non meglio precisati “membri del Deep State”, accusati di aver cercato di “sopprimere le informazioni” destinate al popolo americano. Accuse che la Cina di Xi Jinping ha respinto con decisione, ribadendo che Pechino “non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti”.

La crisi mediorientale peggiora

Al di là del discusso discorso alla nazione, l’attenzione resta concentrata sulla crisi mediorientale, che continua ad aggravarsi. A dimostrarlo c’è il fatto che, dopo le minacce del tycoon, gli Stati Uniti hanno effettivamente colpito diversi ponti in Iran nel tentativo di interrompere le vie di rifornimento verso lo Stretto di Hormuz, utilizzate da Teheran per gli attacchi alle navi. Sono state colpite anche diverse città iraniane, tra cui Bandar Khamir, dove, secondo le autorità locali, si sarebbero registrati almeno sette morti. Di fronte ai raid, i Pasdaran hanno dichiarato che “il nemico americano e i suoi alleati nella regione devono sapere che oltrepassare le linee rosse e attaccare i civili e le infrastrutture civili comporterà un prezzo altissimo”.

La risposta iraniana non si è fatta attendere, con una serie di attacchi missilistici diretti contro basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Oman e Qatar. Il botta e risposta tra Washington e Teheran continua così ad alimentare la tensione, congelando di fatto ogni prospettiva di trattativa di pace e, secondo diverse ricostruzioni, rafforzando la posizione di Benjamin Netanyahu, che avrebbe già chiesto di poter partecipare ai raid statunitensi contro l’Iran. Una mossa che, qualora Trump dovesse dare il proprio via libera, rischierebbe di far precipitare nuovamente l’intero Medio Oriente nell’incubo di una guerra senza fine.