Ddl Caccia, la lettera del burocrate (cioè della Commissione europea) e il voto di oggi in Parlamento: cosa c’è in ballo e le posizioni in campo

Oggi il Senato vota il ddl Caccia: Ispra declassata, calendari allungati, specie in più. E la lettera Ue che il governo snobba

Ddl Caccia, la lettera del burocrate (cioè della Commissione europea) e il voto di oggi in Parlamento: cosa c’è in ballo e le posizioni in campo

«Una lettera di un burocrate». Così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha liquidato i rilievi della Commissione europea sul ddl 1552, rispondendo al Question time al Senato il 14 maggio alla senatrice Gisella Naturale (M5S). Il burocrate è Bruxelles, la lettera è del 18 dicembre 2025, e contesta punto per punto la riforma della caccia. È rimasta chiusa in un cassetto per mesi, finché non l’hanno scovata le associazioni.

Oggi, 23 giugno, l’aula vota il ddl, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica. Venti articoli per allungare i calendari, allargare le specie e i luoghi dove si spara.

La scienza messa a margine

Il cuore tecnico della riforma sta in una riga: il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, passa da vincolante a consultivo. Da presidio a suggerimento. Lo si affianca al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono pure le rappresentanze dei cacciatori. Così chi deve dire se una specie regge il prelievo finisce a decidere insieme a chi quel prelievo lo pratica. Il rovesciamento è anche lessicale: la legge passa dalla “protezione” alla “gestione” della fauna, e il cacciatore diventa un “bioregolatore”.

Contro questo passaggio dieci società scientifiche hanno scritto con il Wwf a Sergio Mattarella e alle altre alte cariche. «La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte», dice il presidente Luciano Di Tizio: è un patrimonio indisponibile dello Stato. I numeri che cita sono dell’Ispra. In Italia il 28% dei vertebrati valutati è a rischio estinzione, il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato, e tra le stagioni 2017 e 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Proprio mentre la biodiversità arretra, si decide di sparare di più.

Cosa cambia in concreto. Cade il limite del 10 febbraio, quello che ancora protegge l’inizio della migrazione prenuziale. I richiami vivi salgono dai 40 per cacciatore a un numero di fatto illimitato. Entrano fra i cacciabili lo stambecco, specie storicamente protetta, l’oca selvatica e il piccione. Torna la caccia sul demanio marittimo, anzi sulla spiaggia.

Si spara anche dopo il tramonto e con i visori termici, in aree finora precluse e vicino ai sentieri di chi un fucile non lo imbraccia. E un divieto di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, con relativa sanzione, rischia di colpire pure la protesta pacifica, con evidenti profili di incostituzionalità.

Il conto europeo

Qui rientra la lettera del burocrate. La Commissione contesta l’estensione oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere dell’Ispra come una violazione della Direttiva Uccelli, e ricorda che sui richiami vivi l’Italia è già sotto la procedura Eu Pilot aperta nel 2023. Sulla materia venatoria pende già una messa in mora. Tradotto: una nuova infrazione, e una sanzione che pagheremo tutti.

Dovrebbe pesare anche la Costituzione. Dal 2022 l’articolo 9 mette la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, pure per le generazioni che verranno. Una riforma che allarga il prelievo mentre la scienza segnala l’allarme ci va contro in modo abbastanza nitido.

Contro il ddl si sono schierati la comunità scientifica, le associazioni, il Club Alpino Italiano, il Consiglio d’Europa con la Convenzione di Berna, perfino la Santa Sede e una voce  come quella de il Foglio. Un sondaggio Ipsos dà all’85% gli italiani contrari alla caccia, le firme raccolte dal WWF hanno passato le 400 mila. Dall’altra parte una minoranza organizzata e rumorosa, e un governo che tira dritto.

Restano i burocrati, già. Gli stessi che a Bruxelles scrivono le lettere di costituzione in mora e calcolano le multe.