La legge 80 del 9 giugno 2025, il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni, ha appena compiuto un anno. La torta, però, la stanno tagliando i giudici: il primo compleanno del pacchetto che ha messo in fila 14 nuovi reati e 9 aggravanti si festeggia nelle aule di giustizia, tra ordinanze di remissione alla Corte costituzionale e questioni rimbalzate fino alle Sezioni unite.
L’avvertimento era arrivato subito. Il 23 giugno 2025, due settimane dopo la conversione, l’Ufficio del Massimario della Cassazione scriveva nella relazione 33/2025 che il provvedimento era nato eterogeneo, con dubbi pesanti sui requisiti di necessità e urgenza che l’articolo 77 della Costituzione pretende da ogni decreto. Profezia puntuale: l’avvocato Giuseppe Romano, dei Giuristi Democratici, conta sull’Osservatorio Repressione almeno 3 questioni già trasmesse alla Consulta, con ordinanze pubblicate in Gazzetta ufficiale in attesa che l’udienza venga fissata.
La canapa e il blocco stradale davanti alla Consulta
Il primo varco lo ha aperto Brindisi. La giudice per le indagini preliminari, con un’ordinanza depositata il 2 dicembre 2025 e pubblicata in Gazzetta ufficiale il 25 febbraio 2026, ha spedito alla Consulta l’articolo 18, il bando totale delle infiorescenze di canapa: manca l’urgenza, il decreto è un contenitore eterogeneo e la norma punisce pure il fiore privo di effetto drogante, contro il principio di offensività e il diritto europeo. Intanto i tribunali restituiscono il sequestrato: su 24 casi monitorati dalle associazioni di settore, 14 dissequestri e 4 archiviazioni. La prova tecnica, quando arriva, smonta il sospetto.
Il secondo varco è torinese. La pm Elisa Pazè ha depositato una memoria di 8 pagine per chiedere al gip di portare alla Consulta il reato di blocco stradale, l’articolo 14 del decreto: nel procedimento ci sono 18 indagati per la manifestazione pro Gaza del 17 maggio 2025, quando circa 200 persone occuparono per una decina di minuti la tangenziale Torino-Caselle. Prima quella condotta era un illecito amministrativo, da 1.000 a 4.000 euro di sanzione; oggi vale la reclusione da 6 mesi a 2 anni se commessa da più persone riunite. La norma, scrive la magistrata, ha “trasformato un diritto in delitto” e collide con sei articoli della Costituzione, dalla libertà di riunione al diritto di sciopero. È la stessa tagliola che il 20 giugno 2025 la Questura di Bologna aveva agitato contro circa 10.000 metalmeccanici in sciopero sulla tangenziale: chiedevano sicurezza sul lavoro, si sono sentiti promettere denunce.
Il pasticcio delle lesioni agli agenti
Poi c’è l’articolo 20, lo scudo penale per le divise: lesioni anche lievi, anche di un solo giorno di prognosi, a un agente costano da 2 a 5 anni di reclusione. La norma è scritta talmente male che i giudici si dividono perfino sulla sua natura, aggravante o reato autonomo, tanto che la sesta sezione della Cassazione, con l’ordinanza 17486 del 14 maggio 2026, ha dovuto rimettere il quesito alle Sezioni unite. Romano, da parte sua, legge nel pacchetto la fusione tra “diritto penale del nemico” e “diritto penale dell’amico”: pene sproporzionate per chi manifesta, protezioni su misura per chi indossa una divisa. E in coda premono altre questioni, dalla rivolta carceraria contestabile per semplice resistenza passiva ai fermi preventivi.
E il calcolo politico? Se il legislatore puntava sui tempi lunghi della giustizia per blindare la propria narrazione, ha sbagliato i conti: i giudici si sono mossi più in fretta del previsto e le piazze sono rimaste piene. Il governo, intanto, ha già rilanciato con un altro decreto Sicurezza, il dl 23 del 24 febbraio 2026, secondo capitolo della stessa collana. Il primo compleanno della legge 80 resta una festa a inviti rovesciati: il festeggiato è sotto esame, e a soffiare sulle candeline sono i tribunali.