Sette ottobre 1997. In audizione presso l’allora commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, c’era Carmine Schiavone, uomo di prim’ordine dei Casalesi. Conosciamo bene le rivelazioni – a lungo coperte da segreto – che il cugino del sanguinario Sandokan fece in quel frangente su quella che è diventata tragicamente nota come “Terra dei Fuochi”. Ma c’è un passo, in quell’audizione, che tocca anche il piccolo Molise.
QUEI FUSTI RADIOATTIVI INTERRATI – A fare le domande a Schiavone è il presidente di commissione, il senatore Massimo Scalia: “Al Nord, quindi l’attività si svolgeva fino a Latina; dove arrivava ad est? Nella zona del Matese? In Molise?”. “Sì – risponde Schiavone – quella era una zona di nostra influenza”. Anche il Molise è, dunque, Terra dei Fuochi. Le prime avvisaglie ci sono già negli anni ‘80, ma si concretizzano nel 2005 quando l’operazione dell’Antimafia, “Campania Felix”, dipinge un quadro fosco sul Molise, specie sulla zona di Venafro, a confine con la provincia di Caserta: “Questo territorio – scrivono i pm – è campo di operazioni illecite, è campo di controllo camorristico”. Non è un caso che negli ultimi anni si sia costituito il “Comitato delle Mamme per la salute e per l’Ambiente” che hanno denunciato episodi, con tanto di esposti, da far rabbrividire. Dalla diossina nel latte materno e negli animali ai veleni nella polvere del cemento, dai rifiuti interrati e bruciati nei forni all’aumento esponenziale di malattie e di tumori come il mesotelioma. Una situazione disperata, dunque, dinanzi alla quale la politica regionale preferisce tacere. “Era stata annunciata una task force, ma non è mai nata”, ci racconta Paolo De Chiara, giornalista che per primo in Molise si è interessato alla questione. Con la conseguenza che tante realtà restano abbandonate.
Prendiamo, ad esempio, Castelmauro, paese di 1.600 abitanti in provincia di Campobasso. Qui vennero ritrovati in cantina centinaia di fusti radioattivi: “anche qui nessuno è intervenuto. E anzi alcuni di quei fusti sono scomparsi, non si sa che fine abbiano fatto”. Per non parlare, poi, del Registro Tumori. Nonostante la legge istitutiva nazionale risalga al 2003, tutto è ancora fermo. “Per quattro volte – racconta ancora De Chiara – la Regione Molise ha pagato e sostenuto le spese dei medici che si stanno occupando del Registro, che però non c’è. Stanno raccogliendo i dati, dicono. Ma dopo dieci anni dalla prima di queste delibere (la prima risale al 2006, ndr), i cittadini i dati ancora non li conoscono”. E intanto si continua a morire. Come a Cercemaggiore, dove il Ministero dell’Ambiente non ha finanziato alcuna bonifica in località Capoiaccio, in cui sono state accertati sversamenti di rifiuti tossici negli ex-pozzi petroliferi con conseguente inquinamento delle acque, del suolo e del territorio.
LAGO CRIMINALE – Siamo alle porte di Perugia. Precisamente nella Valnestore. Fino a poco tempo fa, perlomeno. Perché da qualche mese per tanti è diventata la “Valle dei Fuochi”. E pensare che soltanto l’anno scorso la locale associazione sportiva ha organizzato lì, al lago di Pietrafitta, i mondiali di pesca alla carpa. Ecco, sarebbe stato meglio non farli. Eppure, qualcuno dirà, Enel – che deteneva i territori lì intorno – si occupò della bonifica dell’area, ripulendo il terreno che, oggi, è coltivato quasi esclusivamente a grano. Peccato, però, che al di sotto di piante e colture ci sia ben altro. A giugno, infatti, i Noe di Perugia hanno sequestrato un’area di 255 ettari e stanno indagando per disastro ambientale colposo. Si tratta, spiegano gli inquirenti, “dell’ex bacino minerario utilizzato per l’estrazione della lignite da parte di Enel, nonché di due pozzi ubicati a Tavernelle (nel comune di Panicale, Perugia, ndr) e all’interno della vecchia centrale Enel di Pietrafitta“. Il motivo? Presto detto: dop

