Domiciliari ai detenuti tossicodipendenti: la riforma delle destre non risolve il problema

Domiciliari ai detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, ecco perché la riforma delle destre non risolve il problema

Domiciliari ai detenuti tossicodipendenti: la riforma delle destre non risolve il problema

L’approvazione, da parte della maggioranza di governo, della Legge n. 140/2026 – che introduce la detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti – è presentata come una svolta decisiva. Il provvedimento, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe alleggerire le carceri sovraffollate e riconfigurare la pena come un percorso di recupero. A un esame più approfondito, tuttavia, la misura appare come un intervento prevalentemente simbolico: uno spostamento della problematica “fuori” dagli istituti, senza una contestuale strategia in grado di aggredire le cause strutturali del sovraffollamento né di assicurare una gestione adeguata della salute pubblica.

La messa in esecuzione di domiciliari o dell’inserimento in strutture di accoglienza presuppone, infatti, un’infrastruttura territoriale solida, risorse finanziarie commisurate ai bisogni e una rete di assistenza realmente operativa. In Italia, invece, i Servizi per le Dipendenze (SerD) e le comunità terapeutiche sono da anni sottoposti a pressioni crescenti: mancanza di personale, tagli ripetuti e liste d’attesa che dilatano i tempi di presa in carico. In queste condizioni, trasferire migliaia di persone fuori dagli istituti, senza garantire un’assistenza sanitaria e sociale continuativa, equivale a deresponsabilizzare lo Stato rispetto a un bisogno clinico e riabilitativo.

Ne deriva un rischio concreto di abbandono, spesso dentro gli stessi ambienti di degrado ed emarginazione che hanno preceduto la commissione del reato. Si tenta, pertanto, di affrontare un problema di salute pubblica attraverso uno strumento meramente esecutivo. La dipendenza non si risolve con una decisione formale del giudice di sorveglianza e non può essere contenuta isolando l’individuo tra le mura domestiche: richiede percorsi riabilitativi personalizzati, supporto psicologico, interventi terapeutici continuativi e un reinserimento sociale effettivo.

In assenza di tali condizioni, la detenzione domiciliare rischia di trasformarsi in una misura di gestione emergenziale della pena, incapace di produrre cambiamenti reali e duraturi. La soluzione richiede, inoltre, un ripensamento dell’impianto complessivo delle politiche sulle droghe. È necessario superare l’impostazione proibizionista e procedere alla liberalizzazione e alla regolamentazione delle droghe leggere.

La politica tende a ignorare che la radice del problema è proprio l’approccio che criminalizza in modo sistematico comportamenti associati al consumo e alla micro-detenzione. Una parte rilevante della popolazione carceraria italiana è detenuta per reati minori connessi alla normativa sugli stupefacenti. Continuare a perseguire la micro-detenzione e il piccolo spaccio non riduce l’incidenza della dipendenza, ma alimenta le carceri con soggetti che hanno bisogno d’interventi sanitari e riabilitativi più che di misure detentive o d’isolamento. Parallelamente, tale impostazione favorisce l’arricchimento della criminalità organizzata, garantendo al mercato nero rendite elevate e stabili, con ricadute dirette sull’economia illegale.

S’ingolfa la macchina giudiziaria

S’ingolfa, inoltre, la macchina giudiziaria, sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate con maggiore efficacia nel contrasto ai reati gravi e alla criminalità organizzata strutturata. In questo scenario, la liberalizzazione e la regolamentazione della cannabis costituiscono una linea d’intervento strutturale: sottrarrebbero spazi alle mafie, libererebbero ingenti risorse economiche, contribuirebbero a ridurre in modo significativo i tassi d’incarcerazione e consentirebbero alle forze dell’ordine di concentrare l’azione su sostanze e fenomeni realmente devastanti per la salute pubblica.

Naturalmente, ciò deve essere accompagnato da un investimento sostanziale nella prevenzione e da un rafforzamento dei servizi per le dipendenze. I proventi e i risparmi derivanti dalla gestione statale e legale del mercato delle droghe leggere dovrebbero essere reinvestiti immediatamente nel sistema sanitario e sociale, in modo da rendere sostenibile una strategia complessiva di cura e reinserimento. È indispensabile, altresì, rafforzare i SerD attraverso nuove assunzioni di medici, psicologi, educatori e assistenti sociali, così da assicurare interventi capillari di prevenzione e trattamento sul territorio.

I nodi ancora da sciogliere

Occorre finanziare politiche moderne volte a contenere i rischi legati all’abuso di sostanze, superando l’approccio esclusivamente punitivo. Parimenti, è fondamentale sostenere le Comunità Terapeutiche accreditate con risorse adeguate, affinché non siano costrette a gestire un’emergenza permanente dovuta a finanziamenti insufficienti. Trattare le dipendenze come una questione prevalentemente di ordine pubblico e non come una sfida sanitaria e sociale, a parere di chi scrive, rappresenta una scelta miope e controproducente.

Finché la risposta istituzionale continuerà a limitarsi a riforme palliative, senza affrontare il nodo politico e organizzativo della legalizzazione e senza garantire risorse stabili ai servizi, la detenzione domiciliare resterà soprattutto una misura tampone: incapace di interrompere il circolo vizioso tra dipendenza, marginalità e carcere.

Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA).