“La sinistra ha perso la sua identità primitiva: è diventata voce di benestanti ed élite”. Parla il politologo Revelli

Revelli: la sinistra ha perso la sua vocazione primitiva e il contatto con i ceti popolari ma è pur vero che a destra votino i meno istruiti

“La sinistra ha perso la sua identità primitiva: è diventata voce di benestanti ed élite”. Parla il politologo Revelli

Professore Marco Revelli, politologo, partiamo dalla polemica tra Meloni e Bonaccini. La premier ha attaccato il presidente del Pd per le parole sugli elettori di destra, più presenti tra chi è fragile economicamente, vive nelle periferie o nelle aree interne e ha meno istruzione. Bonaccini ha spiegato che il suo era anche un mea culpa della sinistra, che ha perso il contatto con il ceto popolare. Ha ragione?
“Indubbiamente la sinistra, non solo negli ultimi anni ma dall’era Clinton-Blair in poi, ha abbandonato l’insediamento tradizionale della sinistra italiana: il mondo del lavoro, i ceti popolari. Ha sempre più rappresentato un ceto medio relativamente benestante e le élite, comprese quelle finanziarie ed economiche. È una mutazione genetica della sinistra, non solo italiana. Bonaccini rileva un fatto macroscopico, che chiunque si occupi di politica e flussi elettorali può attestare. Lo abbiamo visto anche da noi, con Berlusconi, Lega e Fratelli d’Italia: da un trentennio la topografia urbana si è rovesciata. Il centrosinistra si è insediato nei quartieri residenziali e nel centro, mentre le periferie si sono colorate di colori bruni”.

Oggi però Meloni rivendica di aver conquistato quei ceti popolari.
“Meloni ce li ha, in buona misura. Ha più le periferie che i centri, e controlla maggiormente i piccoli centri rispetto alle città medio-grandi. La sua reazione rivela però anche un senso di fragilità e di inferiorità. Non c’è dubbio che il voto per questa destra sia un voto poco consapevole da parte di strati sociali non formati. Chi si informa si accorge delle contraddizioni, delle bugie, delle menzogne e degli inganni che questo governo produce”.

Le primarie sono lo strumento giusto per scegliere chi dovrà sfidare Meloni?
“Ho sempre avuto enormi perplessità sull’uso delle primarie, perché credo siano il surrogato di una democrazia interna ai partiti. I partiti non sono più in grado di mettere in pratica forme di discussione con gli iscritti e di coinvolgimento quotidiano degli elettori. Li chiamano solo quando si tratta di scegliere il leader o la coalizione. In questo modello, poi, vota chiunque, persino l’elettore dei partiti opposti, rendendo il meccanismo per certi versi ridicolo. Non sono affatto le primarie americane”.

Quale sarebbe allora lo strumento?
“Non so quale sia lo strumento. Il problema di fondo è il distacco molto netto, soprattutto nel Partito democratico, tra classe dirigente ed elettorato. Non mi riferisco alla segretaria, diventata tale per un’ondata di rivolta degli elettori e non dell’apparato, ma alla media della classe dirigente del Pd. Questo distacco si avverte su un tema fondamentale e dirimente: il riarmo e la guerra. È questo il grandissimo tema che un’alleanza di centrosinistra deve sciogliere, pena la fuga di una parte consistente dell’elettorato. Se non assume una posizione netta, dicendo no a questa corsa dissennata verso una guerra generalizzata e no a questo riarmo altrettanto dissennato, non andrà da nessuna parte. Forse l’unico modo per sciogliere questo nodo gordiano sarebbe proprio la chiamata ai gazebo del proprio elettorato. Altrimenti questo apparato, in qualche misura bellicista, sarà una macina al collo che tirerà a fondo l’alleanza”.

Conte diceva che con i gazebo si deciderebbe anche la linea sulla politica estera: se prevalesse lui, no al riarmo e no al sostegno militare a Kiev.
“È certamente questo il grande tema. Se non si risolve la questione della spesa militare, della corsa al riarmo e alla guerra è inutile parlare di tutto il resto. Non si potrebbe parlare di scuola, sanità o infrastrutture, perché banalmente non ci sarebbero i soldi. Se dobbiamo spendere una parte consistente del Pil per il riarmo, non si potrà più parlare di welfare, istruzione o sanità”.

Quindi le primarie potrebbero servire proprio a sciogliere questo nodo?
“Se si andasse alle primarie, credo che il grande punto intorno a cui ci si contenderebbe la leadership sarebbe proprio questo, almeno nella testa degli elettori. Diventa il tema dirimente. Personalmente sarei molto indeciso a votare un’alleanza che non avesse una posizione chiara su questi temi. L’unico elemento che potrebbe spingere a farlo sarebbe l’orrore per quello che c’è dall’altra parte”.