Allungare i tempi tra le due dosi di vaccino è stato un errore. Così il Cts e il Commissario Figliuolo hanno ridotto le difese dalla variante indiana

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Alla fiera dei vaccini è successo di tutto e di più. Sommateci la fiera delle Covid star tv che facevano a gara a contraddirsi a vicenda ed ecco servita la micidiale mistura demotivante, ad una opinione pubblica sempre più perplessa che non si fida più delle istituzioni e questo è particolarmente grave perché i vaccini sono l’unica arma che abbiamo per combattere il Covid-19.

Astrazeneca è un caso da manuale di come non comunicare istituzionalmente. La sua fascia di somministrazione d’età è ciclica, nel senso che oscilla a seconda del mese sopra i 60, sotto i 60, sopra i 50, sotto i 50, sopra i 40 e poi improvvisamente per tutti, compresi gli imberbi, e poi ci si ripensa e si cerca di fregare i poveri over 60 che rimandano il pacco al mittente. Questo perché, come noto, Astrazeneca protegge molto di meno di Pfizer e Moderna e in più i tempi tra prima e seconda dose sono biblici.

L’idea non sbagliata che la gente s’è fatta è che siano state comprate troppe dosi di questo vaccino e che poiché molti non le vogliono bisogna pur smerciarle. Ed ecco qui inguacchi inenarrabili in cui ogni giorno ce n’è una nuova: l’ultima moda lanciata dal ministero della Sanità in combutta con i governatori è il “doppio misto” e cioè Astrazeneca prima dose e poi mrna come seconda dose con gli inevitabili “studi” che magicamente si accordano con l’ultima trovata politica.

Successe anche quando si cercò di far passare l’AstraZeneca per più sicuro del Pfizer “manipolando” i dati e cioè l’Agenzia Italiana del Farmaco presentò uno studio in cui Pfizer aveva più effetti collaterali per l’unico motivo che era stato il più utilizzato in valore assoluto, ma i dati percentuali, gli unici confrontabili scientificamente, in tutto il mondo davano più effetti avversi all’AstraZeneca. Ma l’errore più clamoroso si è avuto quando il generale Francesco Paolo Figliuolo appoggiò l’idea, approvata dal Cts, di allungare i tempi tra la somministrazione della prima e della seconda dose per gli mrna, tra cui Pfizer.

Infatti dai canonici e raccomandati 21 giorni si passò fino ad un massimo di 42 giorni il tutto per vaccinare il maggior numero di persone possibili, ma lasciando scoperte le persone che avevano ricevuto solo la prima dose. Da notare come Pfizer richiamò ufficialmente il governo al rispetto dei tempi di tre settimane. Naturalmente a certi governatori non parve vero e così, ad esempio nel Lazio, il duo Zingaretti-D’Amato (gli stessi degli Astraday ai maturandi, un’altra perla di faciloneria), dopo aver detto che loro non ci stavano, si rimangiarono tutto in 48 ore provocando le ire di chi aspettava la seconda dose che ha ricorso al Tar.

Peccato che negli stessi giorni in Inghilterra, che ha un vantaggio di qualche mese sul resto dell’Europa, scoppiava la variante delta, nome con cui un ottuso politically correct ha ribattezzato la variante indiana. La delta costrinse ad un rapido retromarcia il governo Johnson che riduceva i tempi tra le dosi proprio mentre l’Italia – come al solito – le allungava.

Ma il Cts, il governo, i governatori sapevano benissimo (o almeno lo speriamo, mascherine docet) che la variante indiana era in giro e chi aveva ricevuto solo la prima dose non era protetto, ma hanno rimandato uguale; naturalmente il giorno dopo è comparso il solito studio che magnificava gli effetti retrodatati e progressivi della seconda dose. Una manovra fuori sincrono molto, ma molto pericolosa visto che la variante indiana già girava da noi e che ora è scoppiata nel focolaio pugliese dando prova di quanto sia pericolosa e speriamo che Pfizer da noi più utilizzato di Astrazeneca, protegga meglio anche da essa.

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