Il 2 giugno 1946 non fu soltanto la scelta tra monarchia e repubblica: fu il momento in cui un Paese uscito dalla guerra, dal fascismo e dalla crisi dello Stato liberale decise di costruire una nuova forma di convivenza politica. La nascita della Repubblica coincise con l’elezione dell’Assemblea Costituente e con l’avvio di un processo destinato a ridefinire il rapporto tra cittadini, istituzioni e diritti. Per la prima volta votarono anche le donne, sancendo il pieno ingresso della cittadinanza femminile nella vita politica nazionale. Si costruì così un ‘patto civile’: la Costituzione, che non fu il prodotto di una sola cultura politica, ma il risultato dell’ incontro tra tradizioni diverse che, pur divise da visioni del mondo e interessi sociali differenti, condivisero la convinzione che la democrazia dovesse poggiare su basi più solide di quelle che avevano consentito l’affermazione del fascismo.
Il terreno comune di questa elaborazione fu l’esperienza della Resistenza: la lotta contro il nazifascismo non rappresentò soltanto una liberazione militare e territoriale, ma una riflessione profonda sulle condizioni necessarie per garantire la libertà politica. Determinante fu dunque la riflessione sul crollo dello Stato liberale e sull’ascesa del fascismo. Tra il 1922 e il 1926 la progressiva eliminazione del pluralismo politico, la soppressione delle libertà di stampa e di associazione, lo svuotamento del Parlamento e la subordinazione degli apparati pubblici al regime portarono alla fine della democrazia rappresentativa. Da quella lezione storica nacque la convinzione che nessun potere dovesse più concentrarsi senza limiti nelle mani di un solo soggetto: maturò l’idea di un’Italia fondata sul riconoscimento dei diritti fondamentali, sulla partecipazione democratica e sul rifiuto di ogni forma di potere assoluto. Socialisti, comunisti, cattolici democratici, liberali e azionisti offrirono contributi diversi ma complementari.
Dai diritti sociali alla tutela del lavoro, dalla centralità delle istituzioni rappresentative alla difesa dello Stato di diritto, dalla dignità della persona al valore dell’etica pubblica, tutte queste tradizioni parteciparono alla costruzione di una democrazia pluralista fondata sull’equilibrio tra libertà, uguaglianza e solidarietà. Per questo la Costituzione disegnò un sistema fondato sul bilanciamento dei poteri. La centralità del Parlamento, il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, l’indipendenza della magistratura, il controllo di costituzionalità delle leggi e il riconoscimento delle autonomie territoriali rispondono tutti alla stessa esigenza: impedire che la sovranità popolare possa trasformarsi in dominio incontrollato. Nello stesso quadro va letta la scelta della forma parlamentare. La Costituzione non attribuisce il potere politico a una figura direttamente investita dal popolo e svincolata dai contrappesi istituzionali, ma costruisce un sistema nel quale il governo deve confrontarsi costantemente con la rappresentanza parlamentare. La democrazia costituzionale, infatti, non coincide con la semplice affermazione della maggioranza. Essa richiede limiti, procedure, garanzie e strumenti di mediazione capaci di assicurare la presenza delle minoranze nel processo decisionale.
Tensioni crescenti
A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, questo equilibrio appare sottoposto a tensioni crescenti. La questione non riguarda soltanto gli assetti istituzionali, ma investe il terreno sociale sul quale la democrazia si regge. L’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento dei legami collettivi e la frammentazione degli spazi pubblici tendono infatti a erodere quella solidarietà che la Costituzione considera un principio fondamentale della convivenza democratica. Quando la cittadinanza si riduce a una somma di interessi individuali in competizione, cresce la tentazione di affidare la soluzione dei conflitti a forme di potere più rapide e meno mediate. In questo contesto il pluralismo viene percepito come un ostacolo all’efficienza, mentre la concentrazione del potere viene proposta come risposta alle difficoltà della decisione politica.
È una dinamica che attraversa molte democrazie contemporanee e che rende particolarmente attuale la riflessione dei Costituenti. Le stesse tensioni investono la dimensione internazionale. La Repubblica nacque all’interno di una concezione della sovranità orientata alla cooperazione tra i popoli e al superamento della logica della potenza. Da questa impostazione derivò la scelta di collocare l’Italia nelle istituzioni internazionali come l’Unione Europea e le Nazioni Unite fondate sulla pace, sulla cooperazione e sull’uguaglianza tra gli Stati. Oggi tale prospettiva è messa alla prova dall’avanzata dei nazionalismi, dalla sfiducia verso il multilateralismo e dal ritorno di competizioni geopolitiche fondate sui rapporti di forza. Ma è proprio l’Europa che ci ha salvato da tante crisi e rappresenta la sola speranza di fronte ai m nuovi imperi. Sono sterili le critiche che ne denunciano l’eccesso di regolazione o la distanza dai cittadini, perché la capacità normativa delle istituzioni europee rappresenta lo strumento più efficace per limitare il potere dei grandi attori economici e tecnologici, tutelare i diritti sociali e garantire forme di controllo democratico che i singoli Stati faticano sempre più a esercitare da soli.
Anche il fenomeno migratorio si colloca all’interno di queste trasformazioni. Politiche basate esclusivamente sulla chiusura delle frontiere non affrontano le cause profonde dei movimenti migratori. Occorrono invece legalità, cooperazione europea e politiche di sviluppo condivise con i Paesi di origine, affinché le migrazioni possano essere governate in modo efficace e sostenibile: i flussi migratori possono essere contenuti proprio portando opportunità di lavoro nei paesi d’origine, e, di contro, anche in Europa per diversi settori sono indispensabili i lavoratori stranieri. È in questo intreccio tra trasformazioni sociali e crisi dell’ordine internazionale che si colloca una delle questioni decisive del presente: la tenuta della democrazia costituzionale. Le proposte volte a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, come il premierato, soprattutto se accompagnate da sistemi elettorali fortemente maggioritari, sollevano interrogativi rilevanti sul futuro degli equilibri istituzionali. Il rischio non consiste soltanto nel modificare una forma di governo, ma nel ridurre progressivamente gli spazi del pluralismo e della mediazione democratica.
La Costituzione repubblicana è stata costruita sulla convinzione che nessuna maggioranza possa identificarsi integralmente con il popolo e che ogni potere debba trovare un limite nelle istituzioni di garanzia. Quando il consenso elettorale viene interpretato come un’autorizzazione a concentrare il potere e a ridurre i contrappesi, la democrazia rischia di trasformarsi in una procedura maggioritaria priva delle condizioni che ne assicurano il carattere liberale e pluralista. In questa prospettiva torna centrale anche la qualità etica della vita pubblica. La storia repubblicana è stata segnata dalle minacce del terrorismo, delle mafie, di istituzioni deviate e della corruzione, vicende che hanno mostrato anche come il potere possa allontanarsi dalla propria funzione di servizio al bene comune. Per questa ragione, apparenti modelli di ‘stabilità’ ed ‘efficienza’ possono nascondere insidie profonde: la democrazia non si misura soltanto dalla rapidità delle decisioni, ma dalla qualità dei processi attraverso cui esse vengono assunte. Trasparenza, controllo, partecipazione e confronto pubblico non rappresentano ostacoli alla governabilità, ma le condizioni che consentono al potere di restare compatibile con la libertà. Una democrazia autentica richiede limiti, garanzie e controlli capaci di tutelare anche le minoranze.
L’eredità del 2 giugno
L’eredità del 2 giugno ci lascia dunque di fronte a questa consapevolezza: la Repubblica non nasce come un semplice meccanismo istituzionale, ma come un equilibrio dinamico tra libertà e responsabilità, diritti individuali e solidarietà sociale, sovranità popolare e limitazione del potere. Di fronte alle nuove concentrazioni di potere, alle disuguaglianze crescenti e alle tensioni internazionali, la lezione dei Costituenti mantiene una straordinaria attualità: la libertà non si preserva da sola, ma vive dentro istituzioni democratiche solide, diritti effettivi, partecipazione consapevole e responsabilità collettiva. Per questo la Repubblica resta un’opera aperta, affidata alla vigilanza dei cittadini e alla fedeltà ai principi della Costituzione. È questo il patto civile del 2 giugno che i Costituenti hanno consegnato alle generazioni successive, e che ancora oggi siamo chiamati a difendere e rinnovare.
*Maurizio Delli Santi è Membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei