L'Editoriale

Conflitti di interessi, informazione e democrazia

il campo progressista dovrebbe inserire nel programma una legge seria contro il conflitto d'interesse per il bene dell'informazione e della democrazia

Conflitti di interessi, informazione e democrazia

La notizia è nota, le implicazioni un po’ meno. La Seif, editrice del Fatto Quotidiano che solo qualche giorno fa Leonardo Maria Del Vecchio definiva sui social il “Falso Quotidiano”, è diventata oggetto di studio di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) da parte del quartogenito, poco più che trentenne, del fondatore di Luxottica e beneficiario, con gli altri co-eredi, di un patrimonio stimato intorno ai 40 miliardi di euro.

Sappiamo che i soci fondatori del Fatto Quotidiano – tra loro Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Peter Gomez e Marco Lillo – che insieme detengono la maggioranza delle azioni di Seif – hanno già detto “no, grazie” a Del Vecchio jr. Il quale, dopo aver acquisito tramite la holding Lmdv il Qn (Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino) e il 30% del Giornale, a sua volta controllato insieme a Libero e Il Tempo dal gruppo che fa capo al deputato Antonio Angelucci, ora chiede la due diligence sui conti della Seif in vista dell’annunciata Opa già respinta al mittente dagli azionisti di controllo.

Conflitti di interessi, informazione e democrazia

E arriviamo alle implicazioni, tutt’altro che irrilevanti in un Paese come l’Italia, scivolata quest’anno al 56° posto su 180 Paesi nella classifica della libertà di stampa di Reporters sans frontières. Tra le motivazioni, oltre alle varie leggi bavaglio, alle minacce ai giornalisti, anche sotto forma di liti temerarie, e alle mani della politica sul servizio pubblico televisivo, una più delle altre dovrebbe richiamare la massima attenzione: la persistenza di minacce al pluralismo mediatico, in particolare sotto forma di tentativi di acquisizione e concentrazione proprietaria nel settore dei media. Dinamiche che, secondo l’organizzazione, rischiano di ridurre la varietà delle voci informative e di accrescere l’influenza economica e politica sulle redazioni.

In altre parole il conflitto di interessi, vale a dire la commistione e le ingerenze di editori impuri nella proprietà e, di conseguenza, nella linea editoriale dei media. Un tema ormai ineludibile che il campo progressista dovrebbe porsi e fare proprio nel programma di coalizione che si appresta a scrivere. Con una legge che limiti drasticamente la partecipazione di soggetti politici ed economici al capitale delle società editrici quale unica, vera garanzia di pluralismo e indipendenza dell’informazione. Il minimo sindacale in una democrazia degna di questo nome.