Eventi climatici estremi, colpito un comune costiero su due. E il Piano di adattamento è senza risorse

Eventi climatici estremi, Rapporto Spiagge 2026: colpiti 308 comuni costieri. Il piano di adattamento resta senza risorse

Eventi climatici estremi, colpito un comune costiero su due. E il Piano di adattamento è senza risorse

Nella notte fra il 22 e il 23 gennaio 2026 il ciclone Harry ha spinto onde alte fino a dieci metri sulle coste di Sicilia, Calabria e Sardegna, portandosi via lungomare, ferrovie e stabilimenti. Il conto ha superato i due miliardi. Un mese dopo, il 19 febbraio, il Consiglio dei ministri ha mobilitato oltre 1,2 miliardi fra decreto e delibere di protezione civile. Soldi arrivati bene e arrivati tardi, come accade quando si paga il danno invece di evitarlo.

Eventi climatici stremi

Il rapporto Spiagge, diffuso oggi da Legambiente con l’Osservatorio Città Clima, misura quanto quella notte sia diventata ordinaria. Dal 2010 al 2026 i comuni costieri colpiti da eventi meteo estremi salgono a 308 su 643, il 48%, con 1.073 episodi censiti. La serie storica è il dato politico: 37,3% nel 2023, 41,2% nel 2024, 45,4% nel 2025. In sedici anni gli allagamenti sono stati 404, le trombe d’aria 286, le mareggiate 107. E negli ultimi cinque anni le mareggiate segnano +550%, le raffiche di vento +80%.

La geografia del danno guarda inevitabilmente soprattutto a sud. Sicilia con 232 eventi, Puglia con 136, Calabria con 104; fra le città Genova ne conta 50, Bari 44, Palermo 38. Sopra c’è l’erosione: secondo l’Ispra, in cinquant’anni i litorali italiani hanno perso oltre 40 milioni di metri quadrati di spiaggia. Un patrimonio che si assottiglia mentre il Paese continua a raccontarsi potenza balneare.

Un piano senza risorse, mentre il Ponte…

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici esiste dal 21 dicembre 2023, approvato dal ministero dell’Ambiente con il decreto 434 dopo sei anni. Contiene 361 azioni distribuite su 18 settori, zone costiere comprese, e prevedeva una struttura di governance da insediare entro tre mesi. L’Osservatorio nazionale è arrivato con decreto del 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta il 15 gennaio 2026: due anni per rispettare un termine di novanta giorni. Il Forum permanente dei portatori di interesse manca ancora.

Poi c’è il capitolo delle risorse, ed è quello che decide tutto: Legambiente ripete da tre anni che le leggi di bilancio hanno ignorato il Piano. Intanto per il Ponte sullo Stretto le somme autorizzate arrivano a 14,442 miliardi, con 780 milioni aggiunti dall’ultima manovra e 2,787 miliardi slittati dal quadriennio 2026-2029 al periodo successivo. Le priorità hanno una contabilità, e la contabilità è pubblica.

La spiaggia come rendita

Sul demanio l’esecutivo ha scelto invece la strada corta. La legge 166 del 2024 ha prorogato le concessioni in essere al 30 settembre 2027, con obbligo di avviare le gare entro il 30 giugno dello stesso anno e differimento possibile fino al 31 marzo 2028. Nel 2025 diversi tribunali amministrativi l’hanno disapplicata, e non era difficile da prevedere per chiunque avesse letto la direttiva 2006/123/CE.

Il bando-tipo che dovrebbe uniformare le gare resta ancora in mezzo al guado. Il decreto legge 32 dell’11 marzo 2026 obbliga il ministero guidato da Matteo Salvini a portare lo schema in Conferenza unificata entro trenta giorni; il primo tavolo si è aperto il 17 aprile e a luglio il confronto con le categorie prosegue. Legambiente chiede al ministero di accelerare, proprio lì dove ogni mese di ritardo si trasforma in rendita per chi la concessione ce l’ha già.

E sotto la sabbia lavora il cemento. Il disegno di legge contro il consumo di suolo è passato alla Camera il 12 maggio 2016 e da allora dorme. Nel frattempo l’Ispra ha certificato per il 2024 un record di 83,7 chilometri quadrati di suolo consumato, +16% in dodici mesi, con il 22,9% della fascia entro i primi 300 metri dal mare già artificializzato, più del triplo del resto del Paese.

Le sei proposte consegnate oggi al governo partono da una richiesta minima: finanziare un piano che il governo stesso ha approvato. Tutto il resto lo pagano i sindaci la mattina dopo, con i fondi dell’emergenza, e lo paghiamo noi a ogni gennaio come l’ultimo passato. Lo Stato arriva sempre a mareggiata finita.