Il 9 maggio 2024, al question time del Senato, il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (Fratelli d’Italia) disse che «per fortuna quest’anno la siccità ha colpito il Sud e la Sicilia e molto meno il Centro-Nord». Poi lo derubricò a lapsus. Due anni dopo la fortuna ha cambiato lato dello Stivale.
Il 19 luglio 2026 il Po a Pontelagoscuro portava 348 metri cubi al secondo: il 38 per cento della media storica di 916 e cento sotto la soglia di 450 che tiene indietro il cuneo salino, dice l’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po. Lo stesso giorno Piacenza segnava 210, Cremona 285, e il mare risaliva i rami del delta fino a 20 chilometri dalla foce. Il lago Maggiore, misura l’Osservatorio dell’ANBI, l’associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue, è sceso due centimetri sotto il livello della grande siccità del 2022: il riempimento del Verbano è passato dal 61 per cento di fine giugno al 14 del 21 luglio, il Lario è al 15. In Lombardia mancano 709 milioni di metri cubi di riserva, oltre il 36 per cento. E l’1 luglio il presidente del Veneto Alberto Stefani (Lega) ha firmato l’ordinanza numero 72: emergenza regionale, deficit del 28 per cento sull’anno idrologico, 2,4 miliardi di metri cubi mancanti.
Il dato vero però è la neve: sul distretto delle Alpi orientali il deficit nivale è del 74 per cento, peggiore di quello del 2022.
L’acqua che nessuno ha raccolto
Del resto la siccità del Nord ha una firma diversa. La fondazione Metes, istituto di ricerca della Flai Cgil, calcola che nel solo Veneto la mancanza di invasi abbia impedito di trattenere circa un miliardo di metri cubi caduti nel primo bimestre dell’anno. Lo stesso Lollobrigida, all’assemblea nazionale dell’Anbi di inizio luglio, ha ricordato che il Paese trattiene l’11 per cento delle precipitazioni. Anzi, c’è un numero che dice tutto: dei 266 progetti presentati dai consorzi di bonifica per il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, 139 sono al Nord e 60 al Sud e nelle isole. La domanda di infrastruttura idrica è diventata settentrionale.
Solo che le tubature restano una faccenda meridionale. L’Istat misura una dispersione del 42,4 per cento dell’acqua immessa in rete, 3,4 miliardi di metri cubi l’anno, quasi 10 miliardi di euro secondo la CGIA di Mestre. Peggio di tutti la Basilicata, 65,5; meglio di tutti l’Emilia-Romagna, 29,7, e la Lombardia, 31,8. Insomma il Nord perde poca acqua nei tubi e ne trattiene pochissima a monte. È lo stesso vuoto, spostato di un pezzo.
La cabina che si riunisce una volta l’anno
La cabina di regia nazionale sulla crisi idrica, nata dopo il disastro del 2022, si era riunita l’ultima volta l’8 agosto 2025, nelle stesse ore in cui il Veneto dichiarava l’emergenza. Sul tavolo, sei miliardi già programmati e altri 1,7 annunciati. I parlamentari del Partito Democratico Marco Simiani e Silvio Franceschelli hanno fatto notare che diverse opere rivendicate come nuove erano già finanziate da programmi precedenti. Il presidente dell’Anbi Francesco Vincenzi lo dice in altro modo: «Non possiamo continuare ad aspettare fino a 15 anni per realizzare un’opera». Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, chiede interventi strutturali al posto delle “iniziative spot” e ricorda che nel bacino padano si prelevano oltre 20 miliardi di metri cubi l’anno, tre quarti per irrigare.
Intanto in Sicilia gli invasi al 1° aprile contenevano circa 580 milioni di metri cubi, il 58 per cento in più dell’aprile 2025, e l’Autorità di bacino dell’isola ha promesso un’estate tranquilla. In Sardegna a febbraio il sistema era pieno al 94,7 per cento. Acqua piovuta, però, che nessuna opera nuova ha messo lì: in Capitanata si prelevano già oltre 10 milioni di metri cubi a settimana per i campi. La fortuna di cui parlava il ministro trasloca ogni estate, un anno al Nord e un anno al Sud. Le opere restano dove sono, sulla carta. Auguri.